
Una volta mi è capitato di dovermi inventare una frase, una
specie di slogan pubblicitario, per fare una sintesi del contenuto di questo
sito web o, se vogliamo, dello stile dei miei racconti.
Venne fuori una cosa del genere:
"Il sesso e l'ironia, i cuori infranti e i
letti disfatti, le risate e i sogni, nei racconti erotici di Xlater"
Qualche volta, poche volte in verità, sono
riuscito a scrivere racconti che raccogliessero un po' tutti questi
elementi contemporaneamente. Credo che questo che state per leggere sia uno di quei pochi casi.
Buona lettura.

Ho Portato un Amico
"Grosso."
Questa fu l'unica specifica che diedi.
"Ma lo vuole vibrante o..."
Ci pensai. "No. Non vibrante. Purché sia grosso."
La commessa del sexy shop mi scoccò un'occhiata fredda e antipatica, prima
di dirigersi verso una vetrinetta. Mi chiesi perché. A lei piacevano
piccoli?
Me ne indicò uno, in una confezione di plastica trasparente. Lo riconobbi.
Avevo visto lo stesso identico articolo su un sito web che li
commercializzava on line. Su questo c'era una targhetta adesiva con dei
numeri. Mi sembrava un prezzo onesto. Era del tipo "realistico", con la
forma ricalcata fedelmente da un esemplare vero, con tanto di venature e
rilievi, e il colore giusto. Molto grosso, sì. Non enorme.
"Ne avete di più grandi?"
Mi guardò scocciata. Perché? Poi allungò le mani verso un'altra confezione
sullo scaffale.
"Abbiamo anche questo..."
Aprì un'estremità della scatola. Si intravvide per un attimo la cappella del
mostro. Saranno stati, senza esagerare, 6-7 cm di diametro.
"Costa 200 euro" aggiunse.
"No... no... lasciamo stare..." risposi prontamente. "Meglio quest'altro.
Vorrà dire che... eheh... si dovrà accontentare..." Tentai di accompagnare
la battuta con una strizzata d'occhio e un sorriso simpatico, ma quella mi
rivolse l'ennesima occhiata acida. Cosa le avevo fatto di male?
"Come vuole. Questo costa 165 euro..." Mi sentii gelare. Una cifra
incredibile. Niente a che vedere con quanto c'era scritto sulla targhetta,
che probabilmente era solo un numero di serie, un codice o qualcosa del
genere. Il sito web che conoscevo lo offriva a 67, praticamente un terzo. Si
può pure spendere una cifra per una pazzia, una tantum, ma farsi fregare non
piace a nessuno.
Il fatto è che la possibilità di riuscire a vedermi ancora con Laura era
venuta fuori un po' a sorpresa. Secondo i programmi originali il padre quel
giorno avrebbe dovuto accompagnarla direttamente all'aeroporto, quasi sin
sull'aereo, e non c'era la possibilità nemmeno di salutarla di persona.
Invece c'era stato un contrattempo e l'avrebbero accompagnata dei cugini
alla stazione Termini, verso le 14,
da dove "ufficialmente" avrebbe preso una navetta per Fiumicino.
Laura mi aveva avvertito del cambio di programma la mattina stessa con un
sms. Avevo fatto due conti. Aveva l'aereo alle 20. Doveva arrivare in
aeroporto alle 19. Se la prendevo alle 14 a Termini,
saremmo stati in un albergo che avevo già individuato, in direzione
aeroporto, verso le 14.30. Potevamo andarcene da lì,
con tutta calma, alle 18,30. Quattro belle ore
di sesso da passare con lei. Non stavo nella pelle. (Questo è un modo
di dire che ho sempre trovato particolarmente suggestivo per un uomo che
aspetta un incontro galante con una donna. Se l'uomo non è circonciso,
voglio dire.)
In ufficio mi ero organizzato per fuggirmene con largo anticipo, con la
complicità del capo, un tipo comprensivo. Eravamo ancora nel periodo
natalizio, tre quarti dei colleghi erano in ferie e non c'era molto da fare.
Nel frattempo lei mi aveva scritto ancora, via SMS: "Hai tempo anche per
fare spesa..."
Avevo colto subito l'allusione. Non ricordo bene come, nell'ultimo incontro
era venuta fuori l'idea di comprare un grosso cazzo finto per giocarci con
lei. Mi pare che la proposta fu mia, ma a lei era piaciuta moltissimo.
Sembrava destinata a realizzarsi al suo ritorno a Roma, qualche mese dopo.
Invece c'era la possibilità di farlo subito e lei sembrava molto eccitata da
quella prospettiva.
Cosa dovevo fare? L'urgenza mi metteva con il collo tra le mani di quei
ladri. Ma la cifra che la commessa di quel sexy shop aveva sparato era
assolutamente fuori dal mondo. Sicuramente fuori dal mio budget in quel
momento.
"E... per meno...?"
Raccolsi con indifferenza l'ennesima occhiata antipatica di quella stronza
(cominciava davvero a starmi sul cazzo).
"Abbiamo questo... è quello col prezzo più basso... viene 99 euro."
Un'enormità, ma ci stavo dentro. Diedi un'occhiata a questo ulteriore
articolo. Mi sembrava un po' più grosso del primo, per il resto non c'erano
significative differenze, a prima vista. Sembrava addirittura migliore.
Decisi per il sì. Quello che mi scocciava era che con ogni probabilità anche
su questo c'erano ricariche sul prezzo da criminali. Roba da denunciarli
all'Adiconsum. Mica scherzo! Non ho il diritto come consumatore
di essere
difeso dalle truffe anche dentro un sexy shop? Il fatto di comprare
giocattoli erotici mi rende forse un cittadino di serie B? E poi guardate
che l'economia di una nazione è un sistema interconnesso, in cui ogni minima
cosa ha il suo riflesso sul tutto. Potreste giurare che il prezzo su piazza
dei cazzi finti non abbia ricadute sul mercato delle zucchine, dei cetrioli,
delle banane?
"Serve altro?" disse la commessa, annoiata, con il tono di un implicito
invito ad andarmene prima possibile.
Non avrei comprato nulla più in quel covo di ladri, nemmeno se mi
minacciavano con un mitra. Ma in quel momento l'idea di far perdere tempo
alla stronzetta e di imporle per qualche altro minuto la mia sgradita
presenza, era troppo ghiotta.
"Mi mostra delle fruste?"
"Che tipo?"
"Mi faccia vedere quelle che ha."
Di malagrazia mi scortò verso un muro, dove vari pezzi della collezione
erano appesi. Era nei programmi anche l'acquisto di un attrezzo del genere.
Mi mostrò dei "gatti". Mi sembravano assolutamente innocui, più coreografici
che realmente dolorosi. Ma l'apparenza spesso inganna.
Sarebbe stato utile provarli. Quasi quasi le chiedo
se si presta, mi dissi. L'idea di lasciare qualche urticante striscia viola
sulle chiappe di quella scontrosa era piuttosto invitante. Diedi un'occhiata
distratta a due tre esemplari, sfoggiando volutamente una smorfia di scarso
apprezzamento, poi decisi di andarmene.
In realtà avrei voluto anche vedere degli strap-on. Ne avevamo già parlato
con Laura, ma in prospettiva futura: era un passo piuttosto impegnativo, da
ponderare bene. Però l'idea dell'occhiata che mi avrebbe scoccato la
commessa si rivelò insopportabile. O magari un commento mellifluo tipo
"Questo non lo vuole enorme? Oh.. E come mai?". Meglio lasciar perdere.
Pagai ed uscii da quel posto con il nuovo acquisto chiuso nella sua scatola,
a sua volta nascosta dentro un'anonima busta di plastica celeste. Diedi
mentalmente l'addio a quel sexy shop. Ladri. Avevano perso un cliente.
Mi allontanai con la macchina, e al primo spiazzo tranquillo mi fermai.
Preso dalla curiosità, estrassi l'oggetto dalla confezione. La scatola
conteneva anche un elegante sacchetto di nailon rosso, per conservare
l'oggetto, e un piccolo spray antibatterico profumato. Strappai
l'involucro di cellophane e lo tirai fuori. Il colore e la forma erano
riprodotti molto bene. Le venature avevano un filo di sfumatura bluastra,
mentre la cappella era leggermente più rosea rispetto al resto. Lo strinsi:
anche la sensazione tattile era abbastanza convincente. Sembrava come quando
mi stringo il mio. Aveva una tendenza a piegarsi maggiore rispetto ad un
cazzo vero in erezione (almeno al mio), ma era un dettaglio secondario. Era
sicuramente meno caldo. Forse l'handicap maggiore era costituito dal forte
odore di gomma, probabilmente fastidioso se una donna avesse voluto
slinguazzarselo e sbocchinarselo un po'.
Una bella bestia, ma non sovrumana. Sulla confezione, tutta in inglese,
c'era scritto 8". Otto pollici. Venti centimetri abbondanti. Nessun dato sul
diametro o la circonferenza. A vederlo, non era clamorosamente più grosso
del mio, che è altrettanto una bella bestiola. Pensai che tutto sommato gli
invidiavo più la sua capacità di essere sempre pronto all'uso, e in grado di
restare tale in eterno, piuttosto che quei 2-3 cm di lunghezza
in più e quel mezzo
centimetro, forse pure meno, di circonferenza in più. Per tutto il resto, molto
meglio il mio. Scherziamo? A prima vista può sembrare un vantaggio poter
essere comodamente manovrato con una mano, ma vuoi mettere la soddisfazione
per una donna di sentire il contatto con tutto un corpo maschile che si
agita per smuoverglielo dentro? E fino a che punto è davvero piacevole
questa "durezza" statica, sempre uguale a se stessa, rispetto al gusto di un cazzo vero, capace di gonfiarsi e di indurirsi ancora di più nei momenti più
intensi? Non parliamo poi dell'odore, del calore, del sapore, della
possibilità di sborrare. Non c'è paragone. Ma scherziamo davvero?
Improvvisamente mi resi conto della piega che stavano prendendo i miei
pensieri. Non c'era dubbio: lo percepivo come un rivale. Mi sentivo di
cattivo umore per quell'acquisto. Forse era solo un effetto della spesa ingente e della truffa subita. Ma forse c'era anche dell'altro.
Provai a calmarmi e a rifletterci su, e iniziai un lungo monologo interiore.
Mi sentii una specie di Amleto, con il cazzo di gomma in mano al posto del
teschio di Yorick.
Laura è una donna particolare, sessualmente parlando. Non raggiunge
l'orgasmo con l'amplesso, e in questo non c'è niente di strano. E' una delle
tante. Quello che c'è di particolare è che questa caratteristica di solito
viene associata a donne "fredde", poco sensibili. Invece lei è un fuoco.
Basta palparle un seno, o sfiorarle l'incavo delle cosce con il taglio di
una mano, per vederla cominciare a sospirare, arrossire in viso, strabuzzare
gli occhi. Le piace tutto, qualsiasi contatto tattile per lei è fonte di
piacere. Le piace essere scopata, inculata, leccata, masturbata, penetrata
con le dita, sculacciata, frustata. Più la sensazione è forte, al limite
dolorosa, più le piace, più la vedi e la senti agitarsi e godere. E gode
intensamente, lo si percepisce bene. Ma all'orgasmo non arriva, quasi il suo
piacere fosse un pozzo senza fondo, che cresca cresca cresca indefinitamente
senza mai far scattare il tilt. Per raggiungere l'orgasmo deve ricorrere
alla stimolazione manuale del clitoride, quasi sempre da sola, solo
occasionalmente con le carezze di un partner. Carezze rigorosamente manuali:
troppo morbida la lingua per la stimolazione intensa e violenta che serve a
farle superare l'argine.
Una partner di letto allo stesso tempo facile e difficilissima. Facile
perché pronta a tutto, disponibile a tutto, ricettiva ad ogni stimolo,
agevolmente infiammabile, sempre pronta a lasciarsi andare. Ma al tempo
stesso difficile. Perché inesauribile, invincibile, inconquistabile,
indistruttibile. Per quanto puoi fare per darle piacere, e gliene puoi dare
tanto se ci sai fare un minimo, sai che non potrai mai andare fino in fondo.
Resterà sempre quel suo angolino privato, solitario, in cui alla fine si
ritirerà a masturbarsi, per raggiungere il suo orgasmo. Magari pensando a
te, pensando che l'hai fatta godere da pazzi, che sei fantastico, che non
c'è nessuno meglio di te a letto, che non vede l'ora di rivederti, che non
ti cambierebbe con nessun altro. Ma lassù, da sola, lontana, inaccessibile.
Cos'è il cazzo per una donna così?
Prendi una donna cui, con un po' di centimetri e un po' di abilità, riesci a
dare con buona puntualità dei deliziosi orgasmi "interni", vaginali. Me ne
sono capitate diverse. Cos'è il tuo cazzo per lei? E' tutto! E' la fonte del
suo piacere più intenso. E' un oggetto di culto. Lo adora, ci pensa, te ne
parla. Te lo scrive in SMS: "Dio, quanto mi manca il tuo cazzo!" Se la
senti, si finisce sempre a parlare di lui. Mentre la scopi ti dice "Perché
quando te ne vai non me lo lasci?" Alla fine diventi quasi geloso del tuo
cazzo. Ma lui è felice e contento e lo dimostra con prestazioni da guinness.
Cos'è un cazzo per una come Laura? Un cazzo. Una delle tante possibili fonti
di stimoli, ma nemmeno la migliore, tutto sommato. E', questo sì,
l'epicentro del piacere del partner, e lei non è egoista, anzi è
generosissima. Le piace darti piacere ed è pronta a tutto. Te lo prende in
bocca volentieri, è ben contenta che, quando lo usi per stimolarle la vagina
o il culetto, anche tu senta la tua parte di piacere, ed è deliziata di
vederti raggiungere l'orgasmo nei suoi buchi, grazie ai suoi buchi. Cosa si
può volere di più?
Nulla, in generale. Se non fosse che sono in possesso di un cazzo che ha
bisogno di sentirsi l'asse portante intorno cui ruota l'universo intero. Il
ruolo di comprimario cui Laura tendeva a relegarlo gli stava stretto. Lui
deve stare in un altro posto: al centro della scena. Mi accorsi di avere
usato le stesse parole della gag nella pubblicità natalizia del caffè. Per
un attimo immaginai il mio cazzo proclamare tronfio "Io sono Paolo Bonolis!"
e mi feci una risata. L'altro cazzo, quello di gomma che stringevo in mano,
mi guardò perplesso. "Zitto tu!" gli intimai. Mi sentii un po' scemo. Persi
un attimo il filo dei miei pensieri. Cosa stavo dicendo? Ah sì...
Al mio cazzo non piace il ruolo di personaggio importante, ma non
protagonista. E reagisce di conseguenza, come un fuoriclasse schierato fuori
del suo ruolo preferito. Nel primo incontro con Laura era stato pigro,
svogliato, poco reattivo, poco coinvolto, discontinuo. E dire che Laura lo
aveva accolto con tutti gli onori. "Accidenti, è grosso! E' il più grosso
tra quelli che ho mai visto!" aveva detto deliziata quando finalmente si era
degnato di mostrarsi nella sua veste migliore. Ma era stato un bagliore
passeggero. Aveva reagito con poco entusiasmo al tentativo di Laura di
stuzzicarlo con la bocca. Poi si fece convincere, più o meno con le buone, a
mettersi in condizioni per scoparla un po'. Da carponi prima, da sopra poi,
e lì, proprio quando sembrava finalmente "entrato in partita", per la
delizia mia e di Laura, mi aveva tirato lo scherzo di raggiungere un
improvvido quanto prematuro orgasmo. Un vero scherzo del cazzo, visto che
quando vuole il signorino sa "tenere" quanto gli pare. Dopo di che fu ancora
più abulico e indifferente. Si prestò malvolentieri per un paio di brevi
giri nel culetto di lei, e alla fine si fece portare, obtorto collo, ad un
secondo orgasmo. Costruito da me, a mano, ma il cui frutto finì nella bocca
generosa di Laura che lo aspettava.
Malgrado la sua scarsa collaborazione, la festa con Laura era andata avanti
alla grande, e temo che questo mettesse lui ancora più di cattivo umore. Le
donavo piacere senza posa con le dita e con la lingua dappertutto e in ogni
posizione. Giocai a lungo con lei con le palline anali che le avevo regalato
per l'occasione, continuando ad infilargliele e a tirargliele fuori con
decisi strattoni alla cordicella. Le feci pregustare un assaggino di "giochi
piccanti", bendandola, ammanettandola e omaggiandola con una scarica di
sonori sculaccioni, fino a farle diventare le natiche tutte rosse. Laura, al
suo esordio in questo tipo di cose, era eccitatissima e deliziata di tutto
questo. Lo ero anche io, mi divertivo da matti, anche se lui snobisticamente
ci ignorava, tenendo la testa china.
La seconda volta, pochi giorni dopo, era andata decisamente meglio. Lo
stronzo cominciava a capire che con una come Laura aveva tantissimo da
divertirsi anche lui, se solo si convinceva a mettere un po' da parte le sue
manie di protagonismo. Quella volta, anche se c'era meno tempo a
disposizione, avevo voluto dedicare a Laura una lunga sessione iniziale di
"gioco duro", usando, oltre alle mani, una bella cintura di cuoio per
colorirle il culo, mentre era bendata e ammanettata. Quando tra una scarica
e l'altra di cinghiate chiedevo a Laura di succhiarmi il cazzo, quest'ultimo
cominciava a mostrarsi abbastanza interessato. Poi, quando si trattò di
fottersi quel culetto striato di rosso, fu quanto meno decente. Ben lontano
dalle prestazioni di cui lo so capace, ma almeno presentabile. Non forzai la
mano: gli diedi i suoi spazi nella festa, ma senza esagerare. Soprattutto lo
tenni lontano dall'orgasmo fin verso la fine di quell'incontro. Lo chiamavo
in causa, di tanto in tanto, e lui faceva il suo, nel culetto o nella
fichetta di Laura, ma continuavo a divertirmi a darle piacere in tutti gli
altri modi, con tutte le altre parti del mio corpo, o con le mitiche palline
anali di cui era ormai innamorata.
Dal canto suo, lei sembrava entusiasta di quell'approccio. Alla fine mi
commosse quasi quando mi chiese di "farle il regalo" di venire nella sua
fica. Ci teneva al mio piacere e voleva che godessi di lei. Credo che non
fossero così frequenti, nelle sue esperienze precedenti, uomini così pronti
a mettere sempre al centro della sua attenzione il suo piacere, e a non
pensare solo al proprio. Capaci di usare il cazzo, ma anche tutto il resto.
Capaci di non identificarsi, a letto, sempre e solo con il proprio cazzo.
Non che mi ci riconosca molto in questa descrizione. Sono cazzocentrico
quanto qualsiasi altro maschietto medio, e anche qualcosa di più. Mi piace
dare piacere a una donna con sistemi "alternativi", ma nulla a che vedere
con quando riesco a stregarla con l'arnese. Si diverte di più lei e mi
diverto di più io. E' una bella bestiola, dura a lungo e so come usarla. Sì,
ha quella maledetta mania di doversi sentire protagonista per esprimersi al
meglio. Ma non era un grosso problema. Il ruolo da protagonista se lo
sarebbe conquistato man mano sul campo, ed era anche giusto così. I
progressi tra i primi due incontri erano stati evidenti, e ora aspettavo il
terzo sicuro che la magia sarebbe stata ancora più forte.
Anche con altre donne mi era capitato di essere un po' scialbo nelle
primissime uscite. Ma poi puntualmente la miccia si accendeva e il razzo
decollava. Avevo sempre lasciato in giro ricordi di provetto scopatore.
Vabbè, non proprio semprissimo... Però quando la storia con la partner non
si limitava a pochissimi incontri, allora sì. E sarebbe stato lo stesso
anche con Laura. Sotto sotto coltivavo il sogno selvaggio di essere il primo
a farla venire "dentro", di donarle l'orgasmo vaginale. Perché, no? In fondo
mi era già successo con altre ragazze di cogliere questa "verginità
interna".
Bene. Cosa c'entrava in tutto questo quel cazzo di gomma che avevo in mano?
Non era un segnale proprio in direzione opposta? Non stavo semplicemente
aggiungendo un nuovo strumento da cui lei poteva trarre piacere, relegando
il mio cazzo ad un ruolo ancora più marginale, con i presumibili nefasti
effetti? Non era questa mia una resa incondizionata?
Ci pensai a lungo, poi decisi per il no. Ma che stupidaggine questa gelosia
per un cazzo finto! Ho per le mani una ragazza meravigliosa, e
meravigliosamente porcellina. Amante dei giochi piccanti. Invece di pensare
a godermela e a giocare con lei in tutti i modi possibili, compresi quelli
che prevedevano attrezzature varie, perché mi mettevo a fare tutta questa
filosofia?
Perché non pensare invece a come poter usare quel coso di gomma per farla
divertire? Quelli sì erano pensieri in cui era divertente indugiare. La
creatività in questo campo non mi è mai mancata.
Subito mi vennero in mente un paio di situazioni possibili. Una delle due mi
sembrava la più eccitante. Naturalmente nel gioco "lui" avrebbe fatto la
parte di un altro uomo. Bisognava trovargli un nome. Sulla scatola c'era
scritto "Doc Johnson". Mi chiesi se era la marca o il nome di qualche attore
porno su cui avevano preso il calco. Comunque no, non mi piaceva. Meglio
qualcosa di più paesano e ruspante. Un nome italiano. Ci voleva un nome...
lungo! Mmmm.... Johnson... John... Gianni... "Gianbattista", pensai.
Approvato.
Mi resi subito conto che l'effetto del gioco sarebbe stato molto più
stuzzicante se lei non si fosse aspettata la presenza di Gianbattista.
Sarebbe dovuta essere una sorpresa. Immaginai la scena. Mentre era bendata,
gli avrei parlato della presenza di un "amico"... lei inizialmente non
avrebbe capito... salvo poi farglielo sentire... strofinarglielo sulle
guance... sulle labbra... Si sarebbe eccitata tantissimo.
Se invece lei avesse già saputo dove stavo andando a parare la cosa sarebbe
stata molto meno stuzzicante. E purtroppo ormai non c'era niente da fare.
Laura già sapeva che quel giorno avrei portato "l'amico".
A meno che...
Presi il cellulare e le scrissi un messaggio. "Maledizione! Il sexy shop è
chiuso. 'Per inventario', c'è scritto. Ma che inventario fanno? Dei cazzi
finti?"
Era credibile. Era la vigilia dell'Epifania e i negozi a inizio anno spesso
chiudono per quella ragione.
Mi rispose pochi secondi dopo.
"Non conosci altri sexy shop lì vicino?"
Cavolo! Ci teneva proprio a prendersi il cazzone di gomma! Repressi la
piccola scossa di gelosia.
"Ce n'era uno, una volta, ma ha chiuso molto tempo fa. Non saprei dove
trovarne altri, così su due piedi. Mi dispiace."
Ora avrebbe dovuto rispondermi qualcosa come "Non fa nulla, tu ed il tuo
cazzo siete più che sufficienti per farmi impazzire di piacere". Così
risponderebbe una brava amante, rispettosa dell'ego (e del cazzo) del suo
partner. Dai, Laura, da brava. Scrivi il messaggino. Su, tesoro. Non farti
pregare. Coraggio.
Invece non arrivò niente, e per molti minuti tutto tacque. E' in macchina
coi cugini, mi ripetevo, non può stare sempre a smanettare col cellulare.
Eppure mi sentivo inquieto, con degli strani presentimenti. Come se con
quella piccola bugia del sexy shop chiuso avessi osato troppo, irritando gli
dei.
Poi finalmente il cellulare vibrò. E arrivò la mazzata.
"Vogliono che mi fermi a pranzo da loro. Mi portano in stazione alle 16"
Alle 16? Come sarebbe a dire? Mi saltava tutto il programma! Aritmeticamente
erano due ore, ma cambiavano completamente lo scenario. Il traffico a quell'ora
sarebbe impazzito, e bisognava contare almeno 20 minuti in più dalla
stazione all'albergo. Restava un'ora e quaranta residua nella quale dovevamo
spogliarci, rivestirci, darci una sciacquata prima e dopo. Era poco, troppo
poco. Non solo per giustificare il prezzo dell'albergo, ma soprattutto in
funzione di tutto quello che avevo pensato di fare con lei, giochini
particolari, messe in scena, attese, atti vari. Eravamo stati "stretti" la
volta precedente con quattro ore a disposizione, figuriamoci.
"Ti prego, rifiuta" digitai freneticamente. "Inventati qualcosa!"
Rispose, al solito, dopo una decina di minuti che passai in stato di totale
agitazione.
"Cosa mi invento? Lo sanno che l'aereo è alle 20. Mi dispiace..."
"Digli che hai degli impicci burocratici... digli che sei schedata
dall'antiterrorismo e ti devono perquisire i bagagli... digli che hai un
appuntamento con un'amica... digli che devi comprare delle cose
all'aeroporto..."
Attesi a lungo invano, sempre più agitato, sempre solo in macchina, senza
sapere cosa fare.
Nel delirio di quel momento mi venne un sospetto folle. Aveva deciso di
lasciar perdere quando le avevo detto del sexy shop chiuso. Sì, sì, deve
essere così. La stronza. E' da stamattina che mi sta tampinando per mandarmi
al sexy shop. Cosa mi aveva risposto quando le avevo detto che era chiuso?
"Non ce ne sono altri, lì vicino?" E' vero o non è vero? E adesso ecco
all'improvviso questo invito a pranzo. Voleva il maxi cazzo, la troiona,
ecco la verità. Se io c'ero o non c'ero, non gliene fotteva niente. No
cazzone, no party. E io gliel'ho pure comprato. Che stronzo!
"Ma cosa cazzo stai pensando?!" mi urlava da un angolino l'ultimo brandello
di pensiero lucido.
Raggiunsi un compromesso nella mia testa confusa con la bestia incazzata che
si agitava in me e mandai un altro disperato SMS.
"Fai che siano almeno le 15 e ti prometto che batto Roma a tappeto per
trovare un sexy shop aperto!"
Attesi ancora, con il cellulare caldissimo tra le mani sudate. Vibrò.
"Lasciamo stare, dai. Ci abbiamo provato, è andata male. Mi dispiace che tu
abbia perso mezza giornata di lavoro. Ma ti prometto che tornerò presto."
Sì, mormorò la bestia dentro me, tornerai quando sarai sicura di trovare il
giocattolino.
Rimasi lì inebetito, senza sapere bene cosa fare. Mi sembrava di sentire
tutte le mie speranze cadere a terra e rompersi in mille pezzi. Ci avevo
fatto proprio la bocca a rivedermi con lei, e davvero mi uccideva dovervi
rinunciare. E poi c'era stata la salassata che avevo subito per comprare
quel cazzo di gomma. L'idea di riportarmi a casa quell'arnese costoso senza
nemmeno averlo usato sapeva dolorosamente e insopportabilmente di beffa
atroce.
Dopo qualche minuto il cellulare vibrò ancora. Mi precipitai a leggere.
Non era lei. Era il solito amico buontempone che manda SMS spiritosi a ogni
occasione per fare il simpatico. Ognuno di noi ha questa croce. Lessi il
messaggio.
"Se vuoi che la Befana ti porti dei regali, ricordati di mettere fuori la
calza e non il culo. Altrimenti ti porta un cazzo, come l'anno scorso!"
Girai lo sguardo verso il sedile del passeggero. C'era Gianbattista che mi
guardava. Ecco quello che mi ha portato la Befana, pensai amaramente.
"Troppo tardi" digitai in risposta. "Un cazzo, anche quest'anno..." e
inviai.
Mi scossi. Non poteva finire così. Non potevo arrendermi. Tornai a fare i
conti. Con un po' di culo, prendendola alle 16 a Termini, un paio d'ore
d'albergo sarebbero uscite fuori. L'aereo non era proprio alle 20, mi
ricordavo che aveva detto 20,15. Qualche minuto da rubare c'era anche
all'altra estremità. Due ore di sesso non sono poche, cazzo. Se ne fanno di
cose in due ore. Certo bisognava fare tutto di corsa, prima e dopo, e
sperare che non ci fosse il minimo impiccio.
Le scrissi ancora.
"Ti vengo a prendere a Termini alle 16. E andiamo in albergo. Cerca solo di
farti accompagnare puntuale, ti prego"
Rispose quasi subito. "Ti prometto che farò l'impossibile. Ti adoro"
Quel "ti adoro" mi scaldò e mi rilassò un po'. Ero teso come un cavo
dell'alta tensione.
Adesso avevo un paio d'ore senza un cazzo da fare. Mi sdraiai un tramezzino
e un caffè ad un bar. Poi pensai che potevo andare a dare un'occhiata
all'albergo, per evitare ulteriori imprevisti. Non c'ero mai stato, ma
sapevo bene dov'era: lo avevo cercato sul sito delle Pagine Gialle, e avevo
visto la sua posizione sulla mappa on line. Comunque, meglio
verificare dal vivo, non si sa mai.
Mi recai sul posto. Mi sembrò di vivere in un incubo. Non esisteva nessun
albergo nella zona. Mai stato uno dai tempi di Numa Pompilio. Per fortuna
avevo annotato il numero civico. 261. Lì eravamo intorno al civico 1300. Le
mappe sul sito paginegialle.it, conclusi, sono fatte a cazzo di cane. Che
tutti lo sappiano. Se quell'albergo esisteva (ed esisteva, visto che
dall'ufficio avevo telefonato per sincerarmi che fosse aperto) era molto più
vicino al centro della città.
Nessun grosso danno. Era comunque sulla strada tra la stazione e
l'aeroporto. Saremmo dovuti scappare via prima, ma saremmo anche arrivati
prima. Decisi comunque di andare a dare un'occhiata. Per come si erano messe
le cose, coi minuti contati, meglio verificare ogni dettaglio.
Mi ritrovai in pieno centro abitato. Traffico, negozi, auto in doppia fila,
anche se erano appena le 14.30 del pomeriggio. Mi assalì un pensiero. Se
l'albergo è da queste parti, speriamo che abbia un parcheggio, altrimenti
sono nella merda totale.
265... 263... 261... Incredibile!! L'albergo non c'è!! Come è possibile? Ma
che cazzo mi sta succedendo oggi? Sono su "Scherzi a parte"?
Avanzai ancora un po', guardandomi intorno disperato e cercando l'insegna
"Hotel". Nulla di nulla. Feci inversione a "U", beccandomi decine di vaffa
dagli altri automobilisti, e cercai di guardare meglio.
Non c'è. Ecco il 261. E' un normale portone condominiale, con tanto di
citofono. Affiancai in doppia fila e telefonai ancora al numero
dell'albergo. Mi rispose una gentile voce femminile.
"Scusi, mi potrebbe dare il vostro indirizzo?"
Me lo feci ripetere. Era quello. Numero 261.
"Ha bisogno di una stanza?" chiese lei.
"Forse... Tra un paio d'ore... Almeno spero!"
Misi in quell'"almeno spero" tutta l'angoscia e la smania di quel momento.
La ragazza intuì qualcosa della mia situazione. Immaginai il suo sorriso. Mi
disse: "In bocca al lupo, allora. La aspettiamo!" . Che carina, pensai.
Restava da risolvere il mistero del portone. Nessun mistero, in verità. Era
chiaro che quell'alberghetto occupava un piano o due del palazzo, e vi si
accedeva attraverso il portone. Però decisi che dovevo assolutamente
verificare. In una giornata così, meglio non fidarsi di nulla. Ma come fare
per il parcheggio? Qui non si trovano posti nemmeno in seconda fila.
Maledizione!
Poco più avanti c'era un supermercato con uno spiazzo per le auto. Entrai e
parcheggiai. Nessuno mi disse nulla. Poteva essere la soluzione anche per
dopo, mi dissi. Ma ero dubbioso. Alle due e mezza del pomeriggio il posto
c'era. Ma tra due ore? E poi, ti pare che questi mettono il proprio
parcheggio a disposizione di tutti? No, sicuramente più tardi avrebbero
messo qualcuno a controllare che a occupare i posti fossero effettivi
clienti del supermercato. Altrimenti chiunque ne avrebbe approfittato. Quasi
matematico.
Cominciai a immaginarmi la scena. Laura ed io che usciamo dalla macchina
parcheggiata e ci dirigiamo con fare indifferente, fischiettando, verso
l'ingresso del supermercato sotto gli occhi vigili e sospettosi di qualche
guardiano. Per poi uscirne subito dopo, attraversare la strada e fiondarci
in albergo. Va bene, ma se i posti erano tutti presi? Già in quel momento
non c'era poi tutto questo sciupio di parcheggi liberi. Figuriamoci tra due
ore. E di giorno prefestivo, poi. Aspettare che si liberasse un posto
significava un improponibile spreco di preziosi minuti. Peggio ancora
cercare un parcheggio altrove.
Decisi di non pensarci. Attraversai la strada e mi avvicinai al portone.
Lessi sul citofono: c'era il pulsante "Hotel". Beh, almeno l'albergo l'avevo
trovato.
Tornai alla macchina e mi diressi verso la stazione Termini. Con molta
calma. C'era tutto il tempo. Arrivai alle 15. C'era da aspettare un'ora. Mi
sistemai in doppia fila, ad un trecento metri dall'ingresso di Termini.
Sarebbe stato impossibile stare per un'ora più vicini di così. Cercai di
approfittarne per provare a rilassarmi. In quel momento non potevo fare
altro. Dalle quattro in poi sarebbe tornata la fretta, la frenesia, ma in
quel momento meglio restare calmi.
Non era facile. Mi resi conto che dovevo pisciare, e con una certa urgenza.
Non potevo lasciare la macchina così in seconda fila per ficcarmi nel cesso
di un bar. Dovevo per forza trattenere. C'era un'ora da aspettare perché
arrivasse Laura, e almeno un'altra mezzora prima di essere in albergo.
Sempre se non c'erano altri imprevisti di mezzo. Mi diedi dello stronzo per
non aver approfittato del gabinetto del bar. "Quando si è in giro" diceva
mio nonno, "non bisogna mai farsi sfuggire l'occasione per bere e per
pisciare". Grande saggezza. Avevo anche sete, già che ci pensavo. C'era una
bottiglia di acqua Fabia in macchina, ma bevendo avrei peggiorato il
problema. A quel pensiero la sensazione di arsura in bocca si decuplicò. Mi
ripromisi un sorsetto subito prima di prendere Laura. Altrimenti avrei avuto
le fauci talmente secche che se mi dava un bacio ci restava attaccata come
col Bostick.
Quell'ora passò con estenuante lentezza, tra continue sbirciate all'orologio
e la distratta lettura di un giornale di tre giorni prima. La pressione
della mia vescica cresceva, lentamente, ma inesorabilmente. E cresceva la
sete. Intanto pensavo a come si sarebbero svolte le cose al suo arrivo in
stazione. Abbastanza prevedibile. I cugini l'avrebbero fatta scendere dalla
macchina all'altezza dell'ingresso dalla parte di via Giolitti. L'avrebbero
aiutata a scaricare i bagagli (sapevo che erano un paio di valige voluminose
e qualche altra borsa più piccola). Lei li avrebbe salutati e ringraziati
fingendo di dirigersi al binario. Loro sarebbero ripartiti subito. Non
potevano certo restare a lungo con la macchina in mezzo. A quel punto lei mi
avrebbe chiamato e in trenta secondi sarei stato lì per caricarla. Ripassai
mentalmente la sequenza diverse volte. Cosa poteva andare storto?
A venti minuti alle quattro, il cellulare vibrò. Mi aveva scritto che erano
in marcia verso la stazione. Le risposi di tenermi allineato, per quanto le
era possibile.
Aspettai ancora. Erano passate le 16 da qualche minuto, quando mi scrisse
"Sono arrivata, sto scendendo dalla macchina". La cosa più logica per me
sarebbe stato restare lì, in attesa che mi chiamasse. Ma la smania di
stringere i tempi, la smania di muovermi da quel posto in cui avevo
aspettato a lungo, mi spinse a mettere in moto.
L'ingresso della Stazione Termini dalla parte di via Giolitti è uno dei
posti più caotici di Roma. Un brulicare affollato di gente, turisti,
studenti, pendolari. Ci sono auto che scaricano passeggeri e bagagli,
persone in attesa che qualcuno le vada a prendere, una processione
infinita di taxi e pullman in arrivo e in partenza. In quel caos cercai di
trovare un angolino in cui fermare la macchina senza intralciare nessuno. O
almeno senza intralciare troppo. Non fu facile. Trovai una soluzione al
limite della decenza e inserii le doppie frecce. Parecchie persone,
passeggeri, tassisti, automobilisti, passanti, mi guardarono piuttosto male.
Ma era per pochi minuti. Da un momento all'altro Laura sarebbe sbucata tra
la folla, con le sue valigie, e l'avrei portata via.
Ma Laura non arrivava, non chiamava, non mandava messaggi. Cosa stava
succedendo? Scesi dalla macchina e cercai di guardarmi meglio intorno. Ci
sono ancora i cugini con lei? Vogliono portarla fin sul treno? Ma come hanno
fatto? Dove cazzo hanno parcheggiato? Intanto continuavo a tempestare Laura
di SMS, implorandola di mandarmi un qualsiasi segno di vita.
Il cellulare vibrò. "Sono al binario con mia cugina" diceva il messaggio.
Cosa vuole 'sta cugina? Perché non se ne va a casa? I minuti passavano
inesorabili. Erano ormai le 16.25. Il tempo per stare con lei in albergo si
stava riducendo sempre più ed era un pensiero che mi metteva tremendamente
in agitazione. E c'era ancora l'incognita del parcheggio sotto l'hotel. La
mia macchina in mezzo cominciava a dare fastidio, e le occhiatacce di chi
stava intorno erano sempre più esplicite. C'erano pure dei vigili in
avvicinamento. Ero nervoso come una biscia, e la vescica piena peggiorava
notevolmente le cose.
Ruppi gli indugi e la chiamai al cellulare. Rispose subito.
"Ehi!!! Ciaoooooo!!! Ma che sorpresa!!"
Ma è scema? Quale sorpresa? Poi capii che stava cercando di mascherare la
situazione rispetto a chi aveva davanti in quel momento. Mi dissi,
mentalmente, che lo scemo ero io.
"Laura, cosa cazzo succede??"
"Sì... sono a Roma!" continuò a recitare lei, mentre io commentavo tra me
"Grazie al cazzo che sei a Roma!"
"Sono alla stazione Termini. Sto per prendere la navetta per Fiumicino... Ho
l'aereo stasera... Non sono sola... C'è mia cugina qui che mi fa compagnia
in attesa che il treno parta..." Mise una lievissima enfasi in quelle ultime
parole. Il messaggio era chiaro.
Vi risparmio il bestemmione che mi uscì dalle labbra.
"Non c'è scampo, vero? Devi partire con quella navetta, vero?"
"Sì... certo! Sicuramente!"
"A questo punto ti vengo a prendere a Fiumicino. Almeno riesco a vederti
prima che parti, cazzo!"
E lei, sempre recitando, come se stesse parlando con una cara amica che non vedeva da un po':
"Ma certo che ci vediamo! Alla prima occasione, appena possibile... sicuro!
Teniamoci in contatto, mi raccomando! Un bacio!"
Tornai in macchina, misi in moto e mestamente mi addentrai nel traffico
romano, in direzione aeroporto. Erano saltati ancora una volta tutti
programmi. Ero disperato e di umore nero.
Pochi minuti dopo il cellulare squillò. Era Laura. Ora poteva parlare
liberamente.
"Mi dispiace moltissimo. Non sono proprio riuscita a scrollarmela. Glielo
dicevo continuamente: non ti preoccupare, vai pure, vado da sola. E lei: ma
no... non ti lascio sola... ti faccio compagnia... Non ci crederai: sono
seduta sul treno e lei è ancora qui fuori, a guardarmi dal finestrino. Un
incubo!"
"Ma come hanno fatto con la macchina? A me per poco non mi linciano per
essere rimasto dieci minuti lì fuori..."
"Gli altri cugini se ne sono andati via subito. E' rimasta lei sola. Dice
che tornerà a casa con la metro..."
Maledizione, proprio una cugina così appiccicosa e protettiva doveva avere?
"Quando parte la navetta?"
"Alle cinque, e ci mette una mezzora..."
Potevo prendermela con calma. L'urgenza a questo punto era un'altra.
Sull'autostrada Roma - Fiumicino mi fermai all'area di servizio della
Magliana, e mi diressi rapidamente verso i cessi. Avevo una pressione nella
vescica che l'atmosfera di Giove al confronto è un bagnetto per neonati.
Sarebbe stata una lunga pisciata.
Usai un orinatoio a muro. Mentre pisciavo, entrò nei bagni il tipico
camionista dall'aria burbera e poco raccomandabile. Prese posto ad un altro
orinatoio, il più lontano possibile dal mio. Pisciò, sgrullò, si lavò le
mani al lavandino, si asciugò col ventilatore e si avviò verso l'uscita.
Io stavo ancora pisciando.
Prima di chiudersi la porta alle spalle mi indirizzò un'occhiata di stupore
e ammirazione. Risposi con uno sguardo del tipo "Ho visto cose che voi
umani..."
Quando tornai all'aperto, nella piazzola della stazione di servizio, il mio
umore era migliorato. Il cielo si stava tingendo dei colori di un tramonto
spettacolare, e mi sorpresi ad ammirarlo. Roma stava preparando un saluto
speciale a Laura che partiva.
Tornai in macchina e ripartii verso l'aeroporto, riprendendo a pensare a
cose pratiche. Volevo stare un po' di tempo solo con lei, in qualunque modo.
A questo punto l'unica alternativa era la macchina. Ma i problemi non
mancavano. Come facevo a prenderla? Ci si può avvicinare in macchina al
terminal ferroviario dell'aeroporto? Lo escludevo. Quella mini stazione, per
quanto mi ricordavo, era collegata al resto dell'universo da quella rete di
ponti, tunnel, corridoi, cunicoli, scale mobili e tapis-roulant che unisce
tutte le varie zone dell'aeroporto e nella quale è un incubo orientarsi.
Le alternative erano due. La prima, la più logica. Dire a Laura di vederci
all'uscita degli Arrivi, Terminal A. Io mi sarei tenuto a distanza (non ci
si può fermare in doppia fila lì) e appena lei mi avesse avvertito mi sarei
mosso per prenderla. Questo però significava costringerla a farsi mezzo
aeroporto a piedi, da sola, con i bagagli.
La seconda alternativa era decisamente più carina. Ma richiedeva che
trovassi un parcheggio. Non era un problema insormontabile.
Appena arrivato all'aeroporto entrai nell'immenso parcheggio a pagamento e
lasciai la macchina al primo posto libero che trovai, in uno spiazzo
all'aperto. Cercai velocemente dei riferimenti per ritrovarla. Poi, invece
di infilarmi negli ascensori, nei ponti, nei corridoi, scavalcai un
guardrail e attraversai la strada dove non si sarebbe potuto. Sti cazzi.
Una decina di minuti dopo il cellulare squillò.
"Sono appena arrivata a Fiumicino. Sto per scendere dal treno. Ma adesso...
come ci vediamo? Tu dove sei? Da che parte devo andare?" La sua voce era
incerta e dubbiosa.
"Dritta davanti a te. Sono in fondo al binario. Ti aspetto."
"Sei qui?" squittì deliziata. Avevo fatto centro. "Arrivo subito!"
La intravidi da lontano, nella folla che scendeva dal treno, prima che lei
vedesse me. Ecco, mi dissi, quella è la donna per cui sto schizzando come un
folle da una parte all'altra di Roma da cinque ore in qua, tra sexy shop,
bar, alberghi fantasma, autostrade, stazioni, aeroporti. Perché sto facendo
tutto questo per lei? Cos'ha di speciale? Nulla, a vederla. Una ragazza
normalissima che non avrei degnato di uno sguardo se non l'avessi
conosciuta. Perché mi batte tanto il cuore a vederla avvicinarsi? Che cazzo
di oscuro incantesimo mi ha fatto?
Poi finalmente mi scorse. Il suo viso si addolcì in un sorriso, e gli occhi
le brillarono. Era bellissima. Tutte quelle domande si sciolsero nel nulla.
Ci abbracciammo, ci baciammo, ci guardammo ancora negli occhi. Avevamo tante
cosa da dirci, ma in quel momento nessuna di quelle tante cose contava.
Tranne una.
"Devo confessarti che ti ho detto una bugia..." le sussurrai dolcemente. Mi
guardò sorpresa e un filo preoccupata.
"Quale?"
"Il sexy shop era aperto. La spesa l'ho fatta. Solo che... volevo farti una
sorpresa in albergo... per questo ti ho detto che era chiuso."
"Oh..." sospirò lei. Era compiaciuta dal fatto che avessi fatto l'acquisto,
e ancora di più che mi fossi preoccupato di organizzare le cose per rendere
la situazione più eccitante. Ed era ancora più triste per l'occasione
sfumata.
"Non è che riusciamo a trovare un albergo qui vicino?" suggerì speranzosa.
La bestia dentro di me ruggì: "Lo vedi? Che ti dicevo?" Ma anche la bestia,
in fondo, sorrideva, come me mentre rispondevo a Laura.
"Figurati. Vicino all'aeroporto sarebbe quattro stelle perfino un sacco a
pelo. Ce ne stiamo un po' per conto nostro in macchina. Non si può fare di
meglio. Se non altro posso farti vedere la spesa che ho fatto..."
Ci inoltrammo nel labirinto di corridoi e cunicoli, seguendo le indicazioni
per il parcheggio a pagamento. La macchina era nel parcheggio all'aperto,
vicino al fabbricato del parcheggio D. Era D, ricordavo bene. O era B? No,
no, che dubbi avevo. Era D sicuramente.
Seguendo le indicazioni ci ritrovammo al secondo piano del fabbricato D. Lì
c'era la cassa automatica per il pagamento del parcheggio. Cercai il
tagliandino. Dov'era? Frugai furiosamente in tutte le tasche. Il cappotto ne
aveva quattro esterne e due interne. La giacca ne aveva due esterne, più il
taschino, e altre due interne. Poi c'erano le quattro tasche dei pantaloni,
davanti e dietro, e il taschino della camicia. Le frugai tutte e sedici. Il
tagliandino non c'era.
"Temo di averlo lasciato in macchina" dissi a Laura, dissimulando una certa
inquietudine. "Devo aver fatto lo stesso gesto di quando entro in
autostrada... l'ho infilato sotto al parasole..."
"Bene... allora andiamo alla macchina" rispose lei sorridendo.
L'ascensore ci portò al piano terra e in un attimo ci trovammo all'aperto.
Mi diressi verso destra, ostentando una sicurezza ed un senso di
orientamento che non avevo. Nel giro di un minuto eravamo persi nella
giungla infinita di macchine parcheggiate, e non avevo la minima idea di
dove dirigermi. Dove cazzo stava la mia macchina?
Mi guardavo intorno disperato. Non c'era niente che mi aiutasse a ritrovare
il filo. Mi ero completamente perso e intanto i minuti passavano. Laura mi
guardava, in attesa che mi inventassi qualcosa.
Mi imposi di ragionare con calma. Se quello era il fabbricato D e la mia
macchina non si vedeva, la spiegazione non poteva che essere una. "Che era
il fabbricato B!" rispose una vocina insinuante dentro di me. No, risposi
deciso. Era il fabbricato D. La macchina, semplicemente, sta dalla parte
opposta. Avrei dovuto solo girare a sinistra, invece che a destra, appena
uscito all'aperto.
Tornammo sui nostri passi e procedemmo oltre. Lo spiazzo davanti al quale mi
ritrovai sembrava molto più familiare. "Dovremmo esserci..." dissi
speranzoso a Laura.
Spinsi sul telecomando delle chiavi: le frecce della mia auto lampeggiarono
a non più di un paio di metri da me. "Eccola!" urlai. "Meno male" aggiunse
Laura.
Sistemai velocemente i suoi bagagli, poi mi sedetti al mio posto e abbassai
deciso il parasole.
Il tagliandino non c'era.
"Oh, no! Cazzo!" frignai disperato. Nella mente mi si disegnarono scenari
cupissimi. Quanto mi avrebbero fatto pagare per farmi uscire di lì? Una
volta mi era successa una cosa del genere in un centro commerciale, e
dovetti pagare la giornata intera, come se avessi parcheggiato la mattina
alle nove. Con le tariffe di quel parcheggio mi sarebbe partito mezzo
stipendio. E poi quanto tempo avremmo perso con quell'incidente? Merda merda
merda...
"Stai calmo" mi sussurrò lei dolcemente. "Sicuramente è in qualche tasca.
Devi solo cercare con calma..."
Cercai. Dalla tasca del cappotto, miracolosamente, emerse il tagliandino.
Sospirai di sollievo. Una macchinetta automatica per il pagamento era a due
passi. Pagai, tornai in auto, e ce ne andammo di lì.
"Ed ora?" chiese Laura.
"Ci allontaniamo dall'aeroporto... andiamo verso la costa... cerchiamo un
posto dove stare tranquilli..."
"Ottimo..." sussurrò lei, con quel sorriso complice che avevo imparato ad
adorare.
Non conoscevo la zona, mi muovevo a casaccio seguendo i cartelli che
dicevano "Ostia" o "Fiumicino". Ad un certo punto mi ritrovai in una strada
che sembrava poco frequentata. Intravidi uno spiazzo sulla destra che
portava verso un cancello, allontanandosi abbastanza dalla carreggiata. Non
sembrava un cancello attraverso cui passasse molto traffico. Decisi di
fermarmi lì. Ormai il cielo era scuro come a notte fonda.
Laura era dubbiosa. "Ma qui ci vedono..." La strada era ad una ventina di
metri di distanza.
"Non ci vede nessuno. Noi vediamo fuori, ma dentro la macchina è buio.
Nessuno riuscirà mai a vedere cosa succede dentro. E poi tra poco i vetri si
appanneranno. Baciami."
Avvicinò le sue labbra alle mie. Le nostre lingue si incontrarono. Intanto
l'abbracciavo e la palpavo dappertutto. Era bellissimo sentire il suo corpo
caldo. Cominciò presto a sospirare, cominciai anche io. Fuori era freddo. I
vetri cominciarono ad appannarsi.
Quelli dietro. Quelli davanti, i più critici per la nostra privacy, erano
ancora del tutto trasparenti.
Girai le chiavi, accesi il quadro e inserii il ricircolo dell'aria. Quasi
istantaneamente anche i vetri anteriori e il parabrezza presero ad
appannarsi. Laura mi guardò con approvazione. Il mio cervello sembrava aver
ripreso a funzionare in condizioni di normale efficienza. In due minuti
eravamo completamente nascosti dall'esterno, isolati in quello stretto
cubicolo.
Portai una mano dietro il suo sedile, sul tappetino in basso, e la tirai
fuori con un sacchetto di nailon rosso, contenente qualcosa di cui si
intuiva vagamente la forma. Glielo porsi. Lei lo afferrò trovandosi a
stringere da fuori l'asta, e percependone l'elastica rigidità.
"Oohh..." sospirò, guardandomi con dolce malizia.
Con cura, aprì il sacchetto e ne estrasse l'oggetto. Nella penombra era
indistinguibile da un cazzo vero. Un cazzo molto grosso.
"Ma... WOW!" disse, con un pizzico d'emozione.
"Ti presento Gianbattista. Che te ne pare?" le chiesi, mentre le passavo una
mano intorno alle spalle e la stringevo a me.
"E'... è... enorme!"
Dillo, Laura, dillo. Ti prego, dillo! Coraggio, Laura! Dillo, se no m'alzo e
me ne vado....
Stavolta mi accontentò.
"Ma guarda che anche tu... mica sei tanto più piccolo di così..."
Amo questa donna, pensai. Volli baciarla, lei rispose con passione. Ci
stavamo eccitando.
"Sai come avrei voluto presentartelo... se non si mettevano in mezzo i tuoi
cugini, intendo... se fossimo stati soli in albergo..."
"No... dimmi come...."
Le nostre voci erano un sussurro.
"Ti avrei bendata... ammanettata... e ti avrei messo carponi sul letto..."
"Ooohhh sì...."
"Poi ti avrei frustato con la cintura... facendoti ripetere che sei la più
lurida delle troie... che ti piace essere scopata e inculata... che sei la
mia troia... che per me sei pronta a fare tutto..."
"Oooohhh..."
La baciai. Era caldissima. Quelle parole la stavano eccitando moltissimo.
Non aveva difficoltà ad immaginare la scena. Era perfettamente in linea con
quello che avevamo già fatto la volta precedente.
"E poi...?" mi chiese in un sussurro.
"Poi ti avrei detto che non ero solo... Che c'era un amico con me...
Gianbattista... e che avresti dovuto fare la troia anche per lui..."
"Oooh sii..."
"...Che questo amico era superdotato... E non trovava mai ragazze disposte a
dargli il culo... avevano tutte paura perché ce l'aveva troppo grosso... E
io lo avevo portato da te... perché sei talmente troia da farti inculare
anche da un cazzo enorme come il suo..."
"Ooooohhhh siiiii......"
Le sfilai dolcemente l'arnese dalle mani.
"Poi... mentre eri bendata... avrei cominciato a passartelo sul viso....
sulla fronte... tra i capelli..."
Lei chiuse gli occhi docile, mentre io facevo quello che le annunciavo...
"... te l'avrei messo in bocca... dicendo: dai, troia... succhia il cazzo
del mio amico... fagli vedere che bocchini da puttana sai fare..."
Lei spalancò le fauci, ospitandolo tra le labbra con evidente difficoltà.
"... e tu ti saresti accorta di che razza di bestia stavi per prendere nel
culo..."
"Mmmmm... E' troppo eccitante... giurami che mi farai tutto questo, la
prossima volta... ti prego..."
"No. Ormai non c'è sorpresa. Ma ti prometto che ti preparerò qualcosa di
ancora più eccitante... Non mi manca la creatività per queste cose, lo
sai..."
"Lo so. E' anche per questo che sono pazza di te..."
Ci baciammo ancora. Mentre la baciavo le slacciai i pantaloni e lei li tirò
giù. Ne approfittai per cominciare a carezzarla dentro le mutandine. Era
bagnatissima. I suoi sospiri di eccitazione aumentarono di intensità.
"Ti prego... mettimi Gianbattista nel culo... Ne ho una voglia pazza..."
Veramente avrei voluto incularla io. Lo avevo già fatto, le volte
precedenti, ma non avevo ancora avuto occasione di arrivare fino all'orgasmo
dentro di lei, e mi ero ripromesso di farlo quel giorno. Mi guardai intorno
sconsolato. Non c'era modo di trovare una posizione per un'inculata decente.
Nella fretta, come un coglione, avevo messo le valige di Laura sui sedili
posteriori invece che nel portabagagli, e non era possibile nemmeno
ribaltare gli schienali fino in fondo.
Nel frattempo Laura si era girata di fianco, rivolta verso il finestrino,
mettendo il suo bel culo voglioso sotto i miei occhi. Cazzo, se me la sarei
inculata! Invece toccava a Gianbattista, pensai con invidia. Non l'avrebbe
passata liscia.
Impostai la voce in tono più duro.
"Vuoi Gianbattista, eh? Ma lo sai che sei una gran troia? Devo punirti per
questo."
Non se lo aspettava. Sospirò forte. Cominciai a sculacciarla con una certa
violenza, mentre lei ad ogni colpo ripeteva la frase che le avevo imposto.
"Grazie, tesoro. Me lo merito. Sono troppo ingorda di cazzi grossi nel culo."
Nella ristrettezza dell'abitacolo non c'era troppa libertà di movimento, e i
colpi arrivavano sempre sullo stesso punto e con la stessa angolazione.
Persino nella penombra era distinguibile la chiazza violacea sulla sua
natica sinistra. Mi chiesi quanti altri pazzi furiosi come me c'erano in
giro per il mondo, capaci di fare certi giochetti persino quando si è
infrattati in macchina.
Dopo una ventina di colpi, recuperai da una borsa un tubetto di crema
lubrificante. Ne versai un po' sulle dita e presi ad ungerle il buco.
Penetrai con un dito, poi con due, poi con tre. Gianbattista era grosso, e
ci voleva una preparazione accurata.
Spinsi le dita tutte dentro, e toccai qualcosa con la punta dei
polpastrelli. Laura non era vuota. Questo significava diverse cose. Primo,
che Laura si sarebbe divertita parecchio: in questi casi le penetrazioni
anali si sentono più "in fondo" perché la spinta meccanica si propaga più in
profondità.
Secondo, che nei giorni successivi avrebbe avuto qualche difficoltà ad
"andare". Gianbattista nel suo movimento avrebbe sicuramente pressato il
materiale, rendendolo più denso e compatto e quindi meno facile da evacuare.
Terzo: il giochino non sarebbe stato troppo "pulito". Avevo abbondanza di
fazzolettini e salviettine umide in macchina, ma un bel bagno con tanto di
lavandino e saponetta sarebbe stato molto più comodo ed efficace.
Pensai ironicamente al povero Gianba, mentre lo cospargevo di pomata, prima
sulla cappella, poi su tutta la sua lunghezza. Era il suo primo giorno di
lavoro. Trovarsi subito nella merda fino al collo non era una sorte felice.
Già avrebbe avuto uno shock ad esordire in un culo. Situazione beffarda per
lui che aveva sempre snobbato e disprezzato quei minuscoli ridicoli "falli
anali" che avevano la loro zona riservata nella vetrinetta del Sexy shop.
"La vita è dura, fratello" gli dissi mentalmente, "Troppo facile fare il
cazzone dietro una vetrina... Il mondo è una giungla... Beh, mi sembri
pronto. Vediamo ora come te la cavi...."
Appoggiai, spinsi con decisione. Il buchino fece un po' di resistenza. Laura
gemette. Mi riposizionai meglio, cercando di perfezionare l'angolo di
entrata. Non era una posizione comoda per lei, ma nemmeno per me, e il coso
era grosso. Spinsi ancora e Gianba entrò, tra i rumorosi gemiti e sospiri di
Laura. "Dio... è enorme... Uuuhhh... Mi sento spaccare.... Oooohh.... Sì...
spingi... dammelo tutto..."
Quel grosso arnese guadagnò ancora centimetri dentro di lei, che gemeva e
sembrava goderne da pazzi. Continuai a spingere piano.
"Ooohh... quanto ce n'è ancora fuori?"
Non troppo. Era già quasi tutto dentro quel culetto meravigliosamente
goloso. Esagerai.
"Cinque centimetri... più o meno..." Probabilmente erano meno della metà, ma
non volevo deluderla.
"Dammelo tutto... mettimelo tutto... ti prego..."
Mi stavo eccitando come un toro. Protagonista o meno, il mio cazzo era una
sbarra infuocata nei miei calzoni. Spinsi ancora.
"Ce l'hai tutto dentro..." le annunciai.
Gemette deliziata. "Dio mio... l'ho preso tutto nel culo... così grosso...
che troia che sono... mi eccita da morire... Ooohhh..."
Quanto mi faceva arrapare quella donna! "Girati verso di me e baciami"
ordinai secco.
Si girò, e io le passai il braccio dietro la schiena riposizionando subito
la mano sulle palle di Gianba, l'unica cosa rimasta all'esterno a fungere da
comoda impugnatura, e ripresi a muoverglielo su e giù. Lei stava
gustandoselo alla grande, e lo manifestava.
Tra un bacio e l'altro mi sussurrava "Mi fai impazzire... mi fai sentire
porca... non avrei mai pensato di fare certe cose prima di conoscerti...
voglio essere la tua troia... la tua puttana... per sempre..."
Nel frattempo, mentre con la destra continuavo a smuoverle l'arnese di gomma
nel culo, con la sinistra mi ero slacciato i pantaloni e avevo tirato fuori
il mio. Svettava duro e orgoglioso, pronto a sfidare ogni concorrente.
"Succhiamelo, troia... prendilo in bocca..."
Non si fece pregare. Si chinò sul mio grembo e presto la sua bocca morbida
avvolse la mia cappella. Nella nuova posizione l'accesso al suo culetto era
più agevole, e cominciai a muovere Gianbattista in lunghi e voluttuosi
affondi, al posto delle millimetriche vibrazioni che riuscivo ad impartirgli
fino a un attimo prima. Laura dimostrò di gradire quel cambio di ritmo con
un lungo rantolo, soffocato dal mio cazzo nella sua bocca. Poi riprese a
sbocchinarmi con rinnovato entusiasmo.
Con un cazzo in culo, recita un vecchio adagio, i pompini si fanno meglio.
Valeva anche se il cazzo in culo era di gomma? Sembrava proprio di sì. La
sua bocca stava facendo magie.
Improvvisamente si fece giorno. Due fari puntarono dritto l'abitacolo della
mia auto.
Laura si mosse come un fulmine. Dopo 28 centesimi di secondo, aveva 1)
sfilato Gianbattista dal culo, lasciandomelo in mano; 2) rimesso su le
mutandine; 3) rimesso su ed allacciato i pantaloni; 4) riportato il sedile
in posizione verticale; 5) rimesso a posto il trucco usando lo specchietto
di cortesia.
Io invece ero rimasto assolutamente immobile, con un cazzo di fuori e un
altro cazzo in mano.
Tornò subito il buio. Era stata solo un'auto che aveva approfittato dello
spiazzo per far manovra, finendo inevitabilmente per puntarci i fari addosso
per qualche secondo.
Scoppiammo in un'allegra risata. Un po' per il sollievo dopo l'attimo di
paura. Un po' perché eravamo entrambi un po' ridicoli, lei per la sua
rapidissima e frenetica reazione, io per la posa in cui ero rimasto
imbalsamato. Ridemmo a lungo. Questi sono i momenti in cui ti rendi conto di
quanto stai bene con un'altra persona, quando c'è una complicità e una
sintonia che va oltre le cose di letto. Che pure, come sapevamo entrambi,
erano la sola cosa che ci univa.
Tornammo a baciarci. Gianbattista aveva bisogno di una accurata pulita e
provvedemmo. Stavo pensando a come andare avanti, ma fu lei a prendere
l'iniziativa.
Si chinò su di me e tornò a prendere in bocca il mio cazzo.
La brusca interruzione luminosa, e l'attimo di panico irrazionale che ne era
conseguito, ne avevano un po' stemperato l'orgoglio. Ma rispose subito alle
stimolazioni di Laura, e presto tornò in splendida condizione. D'altra parte
in quel momento era finalmente protagonista assoluto, come piace a lui.
Un cellulare vibrò rumorosamente. Imprecai tra me. Era il suo. "Ti
chiamano..." le dissi.
"Non me ne frega un cazzo..." sussurrò decisa lei, continuando a
succhiarmelo con grande passione. Questa cosa mi eccitò da morire. Una vera
estasi per il mio protagonista. Ascoltai divertito i successivi disperati
ronzii del telefonino, cui Laura sembrava opporre un meraviglioso
controcanto di risucchi e mugolii. Presto l'apparecchio desistette e si
ammutolì,
Sentii crescere prepotentemente il piacere. Istintivamente cominciai ad
agitarmi per trovare il modo di restituire piacere a lei. Aveva i pantaloni
tirati su, e cominciai a cercare la strada per arrivare ai suoi bottoni.
"Fermo... rilassati..." mi sussurrò lei sospirando. "Pensa a goderti la mia
bocca... stai giù... lascia fare me..."
Accettai il suggerimento. Chiamai a raccolta tutto il mio egoismo erotico,
tutto il mio cazzocentrismo, e decisi di godermi quel pompino senza pensare
ad altro, alla faccia di chi mi vuole male.
Per un attimo pensai che forse era il caso di resistere. Non sia mai si
trovasse il modo di sistemarci in modo da potermela scopare, o inculare. Non
era meglio evitare di venire subito? Non era meglio tenersi la cartuccia in
canna fino alla fine? O almeno per un altro po'?
Fu lei sciogliere ogni ultima remora.
"Ti prego vieni... voglio sentirti venire in bocca... voglio bere il tuo
sperma..."
Mi lasciai andare. Fu un orgasmo bellissimo e intenso, nel quale scaricai
tutta la tensione di quel movimentato pomeriggio. Laura continuò a mungere
gocce residue dalla punta per raccoglierle con la lingua.
"Voglio berti, fino all'ultima goccia..."
Ero in paradiso. Anche lei sorrideva felice. Era soddisfattissima di avermi
fatto godere così. Ci abbracciammo e ci baciammo ancora. Mi aveva raccontato
che alcuni suoi partner precedenti evitavano di baciarla dopo aver ricevuto
un pompino. Io invece trovavo estremamente eccitante sentire le tracce del
mio sapore nella sua bocca. Ma anche se mi avesse infastidito, avrei
sopportato. Ma, dico! Una ragazza ti fa un pompino con l'ingoio e tu la
schifi? Le rifiuti perfino un bacio? Certa gente meriterebbe la castrazione
chimica.
L'associazione di pensieri mi permise di notare un particolare. Di solito
dopo un orgasmo un uomo prova il desiderio che la partner si tolga dalle
palle. E' una cosa molto profonda e ancestrale, legata a chissà quale
situazione di vita selvatica, che generalmente viene repressa e ignorata
dall'uomo moderno civilizzato, in modo che all'esterno non traspaia
assolutamente nulla. Da bravi partner, su imbeccata di schiere di
sessuologhe da rotocalco, abbiamo imparato che è cosa brutta sporca e
cattiva (come d'altra parte il 99% degli istinti naturali di noi
maschietti), e quindi ci affanniamo ad essere tutti dolcini e affettuosi,
pucci pucci, cicci cicci, in quei momenti. Però se siamo proprio sinceri,
dobbiamo ammettere che in fondo in fondo un filino di questa sensazione la
proviamo. Almeno a me succede.
Ecco, in quel momento mi accorsi che con Laura non mi accadeva. Provai ad
ipotizzare una ragione. Secondo me Laura mi eccitava così tanto a livello
mentale, che anche quando il fisico era nella fase post orgasmica, in cui
non era più particolarmente sensibile ai richiami dell'attrazione sessuale,
continuavo ad aver voglia di lei.
Guardai l'ora. Erano le 18:15. C'erano ancora tre quarti d'ora da passare
insieme a giocare con il suo corpo e a darle piacere. Non mi sembrava più un
tempo così assurdamente angusto. Ma non lo avrei pensato con una stanza
d'albergo a disposizione.
I pantaloni e le mutandine scivolarono ancora verso le sue caviglie, e
ripresi a baciarla e ad accarezzarla tra le cosce. Cominciò subito ad
eccitarsi e a gemere.
"Sai cosa mi dispiace un sacco?" mi disse con la sua voce sospirosa, che
trovavo sempre arrapantissima.
"Cosa?"
"Che qui dentro non puoi usare la tua cintura su di me..."
"Perché no?" replicai.
Con un gesto elegante e sicuro sfilai la cintura dai passanti. Sembravo
Zorro che estrae la sciabola. Antonio Banderas poteva al massimo strigliarmi
il cavallo.
A Laura brillarono gli occhi.
"Girati, tesoro" le dissi. "Non ci facciamo mancare niente."
Eccitatissima si rivolse di nuovo verso il finestrino, offrendomi la sua
natica sinistra. La destra se ne stava riparata a contatto con il sedile.
Sarebbe mancato l'effetto stereo, ma non si può avere tutto.
Le spiegai che ad ogni colpo le avrei rivolto un epiteto offensivo, e lei
avrebbe dovuto confermarlo e amplificarlo in un certo modo. Cominciai.
"Troia!" SCIAFF.
"Sì, tesoro. Sono una grande troia. La tua troia..."
"Puttana!" SCIAFF.
"Sì tesoro. Sono una gran puttana. La tua puttana..."
Malgrado la posizione sacrificata si riusciva a lavorare abbastanza bene.
Sentivo un'ottima padronanza dell'intensità dei colpi, e decisi di spingere
un po' sull'acceleratore. A lei piaceva, e il tono con cui rispondeva ai
versetti del salmo lo testimoniava efficacemente.
Continuai con "mignotta", "zoccola", "cagna in calore", "baldracca", "bagascia".
Poi:
"Troia!" SCIAFF.
"Troia?" fece lei.
"Ho finito i sinonimi... ho dovuto ricominciare daccapo..."
"Oohh sì, sì... ricomincia!"
"Troia!" SCIAFF.
"Sì tesoro! Sono una grande troia. La tua troia..."
A metà del terzo giro il suo cellulare tornò a vibrare. Lei non se ne
accorse nemmeno, coinvolta come era da quello che le stavo facendo.
Imprecai.
"Porca puttana!"
"Sì, tesoro! Sono una gran..."
"Ma no... dico porca puttana, il tuo cellulare... sta vibrando..."
Se ne rese finalmente conto, ma reagì come prima.
"Non me ne frega un cazzo! Continua, ti prego!"
Continuai. "Zoccola!" SCIAFF.
Alla fine del quarto giro decisi che poteva bastare. Aveva una grossa
macchia scura sulla natica, come effetto dei colpi subiti. Non si
distingueva bene il colore, al buio, ma immaginai che fosse di un bel rosso
acceso. Nei prossimi giorni avrebbe assunto man mano nuances diverse, come
una pipa di schiuma, sfumando verso il viola, per poi assumere una tinta
giallo-livido. Peccato non poter seguire direttamente quell'evoluzione, ma
pensai che Laura mi avrebbe informato sui particolari.
Impugnai di nuovo Gianba e guardai Laura, con implicito invito. Lei mi
sorrise.
"Aspetta. Fammi controllare chi era al cellulare. Se no continuano a
chiamare..."
Cominciò a rovistare nella sua borsetta, poi in una più grande, poi provò
nelle tasche del suo soprabito.
"Diavolo... non riesco a trovarlo..."
"Aspetta," risposi "Ti chiamo con il mio..."
L'espressione del mio viso mostrava tutto il mio autocompiacimento per
quella idea geniale. Ma cambiò radicalmente quando le mani tastarono a vuoto
sul mio fianco destro.
"Cazzo... dov'è il mio cellulare?"
"L'hai perso anche tu?" mi chiese, divertita.
Ricordai che pochi minuti prima avevo tolto la cinta, ed il mio telefono era
in una custodia infilata proprio nella cinta. Con quel gesto da Zorro
coglione l'avevo fatto finire chissà dove.
Ci ritrovammo così entrambi, lei con il culo di fuori, io con i calzoni
mezzo abbassati, a scapriolarci per la macchina in cerca dei rispettivi
telefonini.
Arrivai prima io. Chiamai e presto anche Laura individuò il suo, andando
subito a consultare la rubrica delle chiamate senza risposta.
"Era mia cugina..."
"Ancora lei?" urlai.
"Fammela chiamare..."
La chiamò. La trovò terrorizzata per le due mancate risposte. La
tranquillizzò. Le spiegò che prima era al check in e non poteva rispondere
perché aveva le mani occupate dai bagagli. Alla fine, faticosamente, riusci
a riattaccare.
"Se penso che è colpa sua se ora siamo qui e non sopra un comodo letto
matrimoniale..." commentai.
"Però non è andata così male, dai!" disse lei. "Ci stiamo divertendo, vero?"
Aveva ragione. Non era il miglior sesso immaginabile, ma non avrei mai
dimenticato quei momenti e quella giornata folle. Per associazione di idee
mi tornarono in mente quei mitici dieci minuti di sesso infuocato che avevo
passato in un cesso della facoltà di Biologia con una ragazza speciale e
indimenticabile. Sospirai e tornai al presente. Avevo ancora Gianbattista in
mano.
"Ma non hai voglia di provarlo nella fica?" le chiesi
"Stavo proprio per chiedertelo..." rispose con una strizzata d'occhio.
Tolse del tutto pantaloni e mutandine, poi si sdraiò sul sedile
semireclinato, allargò le cosce ed alzò le ginocchia. Mi avvicinai a lei.
Verificai che la sua fighetta fosse bagnata, e la accarezzai un po' con le
dita per prepararla ancora meglio. Poi, con la sinistra, introdussi
Gianbattista. Ero con il volto vicinissimo al suo, e potevo leggervi le sue
sensazioni. Gianba si sentiva bene, grosso, anche davanti.
"Ti piace?" le chiesi.
"Sì... moltissimo..." sussurrò lei.
Non sapevo se esserne compiaciuto o ingelosito. Mi piaceva, in assoluto,
darle piacere. Ma mi agitava il sospetto che potesse preferire lui a me. Non
osavo farle domande dirette in proposito. La risposta sbagliata mi avrebbe
ucciso, mentre la risposta giusta non mi avrebbe tranquillizzato. Avrei
temuto che lo avrebbe detto solo per compiacermi, perché la mia domanda era
troppo trasparente sui miei timori. E poi era pure giusto lasciarla in pace
a godersi il coso, senza assillarla ogni momento con le mie paranoie.
Ci penso lei.
"Stammi più vicino..." mi sussurrò, "baciami, ti prego... Così mi sembra che
sia tu a scoparmi..."
Donna adorabile. La baciai, poi le dissi "Anche io ho un desiderio folle di
scoparti, sai..."
"Anche io..." ribadì, "mi piace da impazzire scopare con te...
mi piace come mi scopi... ma quando
tornerò scoperemo... un sacco... fino a non farcela più..."
Ero tornato felice e tranquillo. Decisi di premiarla.
"Ti è mai successo di essere scopata e leccata contemporaneamente?"
Andavo sul sicuro. Anche se avesse avuto esperienze "multiple" sono
pochissimi gli uomini disposti a slinguazzare a pochi millimetri da dove
stantuffa un cazzo altrui.
"No... mai..."
"E... vuoi provare che effetto fa?"
"Oh, sì... ti prego..."
Mi chinai verso il suo grembo. Quella posizione mi riportava indietro nel
tempo, agli anni delle prime eroiche infrattate in macchina. Non era
comodissimo dover lavorare con la lingua di taglio ma sapevo per esperienza
che la cosa poteva avere risvolti positivi, con la giusta abilità. Sfiorare
i contorni del clitoride con il taglio, invece che con la punta, permette
di... Vabbè, ma che sto a fare un trattato?
Invece, fare il lavoretto continuando con la sinistra a smuovere dentro e
fuori Gianbattista, era una novità assoluta, per me. Tutto un po' faticoso,
ma Laura si divertiva tantissimo. Non venne, ma almeno un paio di volte ci
andò vicinissima. Almeno così mi sembrò.
Chissà quanto c'è di psicologico, e quanto di davvero fisico, in questo
discorso dei suoi orgasmi, mi chiedevo. Magari c'è un meccanismo inconscio
che deriva dalla paura di perdere completamente il controllo in presenza di
un uomo. Sembrava del tutto verosimile. Io andavo in giro a comprare mega
cazzi di gomma, mi facevo mille seghe mentali sui miei centimetri e la mia
tecnica, mentre forse bastava aspettare che gradualmente si creasse
un'intimità speciale tra lei e me. Non potevo aspettarmi miracoli: era
appena la terza volta che la vedevo. In fondo anche l'acquisto di Gianba in
quest'ottica non era completamente inutile: serviva ad aumentare il senso di
complicità e di gioco tra di noi. A patto che non facessi l'errore di
considerarlo una specie di apriscatole della sua sessualità, o peggio ancora
come un cazzo rivale. Se fossi riuscito, con pazienza, con dolcezza, con
amore, a rimuovere quegli oscuri ostacoli psicologici, pensai, Laura sarebbe
stata senza dubbio una fontana di orgasmi.
Hanno voglia le sessuologhe a ripetere che l'orgasmo femminile non è così
importante, che la donna può avere moltissimo piacere anche senza
raggiungere l'orgasmo. Sti cazzi. E' importante per noi uomini. E' quasi più
importante degli orgasmi nostri. Anzi, senza "quasi". E allora? Conteremo un
cazzo di qualcosa anche noi, signore sessuologhe, dentro queste cazzo di
camere da letto? O no?
"Ok... Basta così... Non ce la faccio più..." Dopo essersi gustata per
lunghi minuti l'azione combinata di Gianba e della mia lingua, Laura
interruppe il flusso dei miei pensieri. Si fanno profonde riflessioni mentre
si lecca la fica. E' un atto che aiuta la meditazione. Dovrei farlo più
spesso. Ci sono volontarie che si prestano?
Estrassi gentilmente Gianba. Uscì tutto lucido dei suoi succhi.
Tornai vicino a lei e glielo mostrai. "Che ne dici, allora? Come se l'è
cavata l'amico al suo esordio?"
"Decisamente bene, direi... un ottimo acquisto... Sei stato carino a
comprarlo per me"
Sentii di nuovo quel piccolo morso di gelosia. Mi diedi del coglione. Non
potevo pretendere che ogni volta che si parlasse di Gianba lei cantasse i
peana del mio cazzo. Anche perché, oggettivamente, quest'ultimo non aveva
ancora fatto abbastanza per meritarseli. Se proprio mi seccava potevo
evitare di farle domande in proposito. Ma ora dovevo dire qualcosa. Che
senso aveva far cadere quel discorso così?
"Beh io... sono contento, perché... ecco, per me l'importante è che quando
sei con me stai bene... e ti diverti... e godi... e se ti piace giocare con
Gianba, io..."
Mi accorsi di dire queste cose con una vocetta triste triste.
"Ti amo" mi disse lei. Così, semplicemente.
Strabuzzai gli occhi. Non me l'aspettavo. Un turbine caotico di emozioni mi
assalì. Mi sentivo felice, ma anche imbarazzato. Un po' stupido, perché
avrei voluto dirglielo io. E adesso cosa risponderle? Il banale, scontato,
odiosissimo "anche io"?
Mentre cercavo le parole, lei parlò ancora.
"...Come amante, intendo."
Certo, era chiaro. Lei aveva la sua vita, io la mia. Tutto quello che c'era
tra noi si esauriva in incontri clandestini dedicati al sesso. Ma che senso
ha dire "solo sesso"? "Solo"? Cosa può unire due persone più del sesso? E
"solo sesso", senza "conseguenze", non vuole in fondo dire che stiamo
parlando di sesso puro, sesso incontaminato, sesso a 24 carati, al massimo
grado di intensità e potenza?
Gran bel discorso, acuto e profondo, ma che non mi risolveva il problema più
urgente di trovare qualcosa di sensato da dire in quel momento.
"Laura, io... io..."
"Non dire niente. Baciami..."
Ci baciammo a lungo.
Era ora di riportarla all'aeroporto. Eravamo allegri. Il piacere di quell'ora
di sesso appena vissuta stemperava il dispiacere per l'imminente
separazione.
L'aiutai a scaricare i bagagli e mi ritrovai lì, con lei, sul marciapiede
fuori dalle Partenze. Ci guardammo.
"Torna presto, ti prego."
"Puoi contarci" mi rispose sorridendo. "Ho messo le mani su uno come te,
figurati se me lo faccio scappare..."
L'abbracciai.
"Beh, io vado..."
"Buon viaggio, e fatti viva... restiamo in contatto..."
"Ma certo!"
Mi avviai verso casa pensando, inevitabilmente, a lei. Quel "ti amo"
dolcissimo continuava a risuonare nelle orecchie, nella testa e nel cuore,
rendendo ridicole e inconcepibili tutte le seghe mentali che mi avevano
accompagnato in quel pomeriggio. Il cazzo protagonista, la rivalità con
Gianbattista, le assurde gelosie per un pezzo di gomma, i confronti, le
misure.
Cosa può volere un uomo dal sesso? Se la risposta fosse superficialmente "il
piacere", non potevo essere più contento di così. Con Laura avevo goduto e
avrei sempre goduto come un pazzo. Una bella ragazza, sensuale, capace di
essere deliziosamente troia al momento giusto, disponibile tanto a tutti gli
atti "standard", quanto a sperimentare ogni tipo di giochetti "strani". Una
partner erotica da sogno, per uno coi miei gusti.
Se invece avessi voluto dare una risposta meno superficiale, sostenendo che
nel sesso uno cerca un contatto profondo, il più profondo possibile, con una
persona da cui si è attratti, potevo ugualmente essere assolutamente felice.
Non si dice "Ti amo" per caso. Se era vero che Laura mi era entrata dentro
fino al midollo, era sicuramente vero anche il viceversa.
Questo era quello che contava. Al diavolo la ricerca ossessiva di tutte
quelle meschine e infantili gratificazioni dell'ego, il supercazzo, il
grande scopatore, l'insostituibile, l'ineguagliabile. Palle! Roba da
bulletti complessati, da pseudomandrilli da spiaggia, da
patetici micho-macho da bar di periferia, che niente aveva a che
fare con una persona come me, evoluta, sensibile, con una raffinata
concezione del sesso.
Ciò non toglie, pensai, che quando mi ricapita sotto le do tanto di quel
cazzo in fica e in culo da farla starnazzare di goduria come come una
cinciallegra in calore. Cazzo vero, di carne, cazzo mio.
Voglio lasciarla aperta come una fotocopiatrice con
la carta inceppata. Le faccio vedere di cosa è capace 'sto tirannosauro che
c'ho nelle mutande. Altro che cazzi finti.
Laura... Dio, quanto mi mancava! L'avevo salutata da appena dieci minuti,
eppure...
La mano scivolò inarrestabilmente verso il cellulare. Le scrissi un sms.
"E' stato tutto bello oggi. Sei stata perfetta. Tranne quando mi hai detto
'ti amo'. Perché avrei voluto essere io il primo a dirlo a te."
Non rispose subito. Mi infilai in un centro commerciale per comprarmi
qualcosa per cena. Quando ne uscii, e il cellulare tornò a prendere il
segnale, mi arrivarono due suoi messaggi.
Il primo: "Me lo hai detto tante volte, a modo tuo. Ora spengo, sto per
imbarcarmi. Ti abbraccio forte forte"
Il secondo: "Mi fa male il culetto. Tanto tanto male."
Mi chiesi se il dolore fosse per il buchino, violato da Gianba, o per la
chiappa sinistra oggetto di sculacciate e cinghiate. Forse entrambe le cose.
Guardai l'ora. Più o meno in quel momento stava decollando. Osservai il
cielo verso Fiumicino con la pazza speranza di individuare il suo aereo in
volo nel cielo notturno. Mi sembrò di vederne uno e indirizzai il pensiero
in quella direzione.
"Torna presto, Laura. Ti aspetto."
Poi mi accorsi che non era un aereo. Era una stellina. Andava benissimo lo
stesso.

|
 |