
Il secondo dei due racconti scritto per un EDS su
it.sesso.racconti del marzo 2005. Tema dell'EDS il
vecchio collegamento tra eros e thanatos, tra amore/sesso e morte, ma con
l'obbligo di affrontare il tema in modo leggero, suscitando, se non la
risata, almeno il sorriso del lettore.
Il primo dei due racconti è stato "Il
miracolo".

Certi Parenti
Nonna Menecandonia stava morendo e tutta la discendenza si era riunita nel
piccolo paese di origine, un agglomerato di casupole in provincia di Teramo
che contava ormai poche centinaia di anime.
C'erano tutti e quattro i rami della famiglia, corrispondenti ad ognuno dei
quattro figli della nonna, due fratelli e due sorelle, che avevano
abbandonato il paese in gioventù, ognuno per una destinazione diversa. La
più giovane dei quattro, quella che era emigrata in Emilia, era la mia nonna
materna.
A me, onestamente, di questa bisnonna dal nome assurdo (all'epoca ancora non
avevo capito che era la contrazione dialettale di "Domenica Antonia") non è
che interessasse poi molto. In tutta la mia vita l'avevo vista sì e no una
mezza dozzina di volte, senza mai istaurare l'ombra di un rapporto
personale. Non credo che mi abbia mai nemmeno chiamato con il mio vero nome,
usando sempre all'occorrenza quello di un altro a caso tra la trentina di
nipoti, pronipoti e acquisiti. D'altra parte l'ho conosciuta già
ultranovantenne e non mi potevo aspettare di più.
Ero molto più interessato, invece, alla possibilità di rivedere la mia
cuginetta Irene, di cui ero innamoratissimo, che apparteneva al ramo
vicentino della famiglia. Nemmeno lei avevo visto troppe volte, ma avevo
avuto occasione di conoscerla meglio sul finire dell'estate precedente,
subito prima che riaprissero le scuole, quando con la mia famiglia avevo
passato una settimana al paesino contemporaneamente alla famiglia degli zii
di Vicenza. Tredicenne e smaliziata lei, ingenuo dodicenne io, avevamo avuto
molte occasioni per divertirci insieme da soli, e non era mancato (sempre su
sua iniziativa) qualche tentativo di giochino particolare, sotto forma di
variante del classico "dottore e ammalato". A dire la verità, mi ero
prestato piuttosto malvolentieri a quel tipo di passatempi. Lo avevo fatto
più che altro per darmi arie "da grande" con lei. Erano stati nulla più che
maldestri baci con la lingua e fugaci toccamenti delle rispettive parti
intime, e l'eccitazione indotta da quei contatti non compensava il disagio
né l'imbarazzo. Tuttavia durante l'inverno successivo, in corrispondenza con
i primi cambiamenti fisiologici della pubertà e con i primi discorsi che si
cominciavano a fare tra coetanei, mi trovai a ripensare a quelle esperienze
mettendole in una luce del tutto diversa, e a smaniare per avere
l'opportunità di ripeterle.
Per cui, sin dal pomeriggio in cui arrivammo al paese, cominciai a fare
tutto il possibile per capire se c'era anche Irene, e per cercarla. Fui
preso da grandissimo entusiasmo quando la vidi, e la mia gioia fu immensa
nel constatare che a sua volta sembrava rivedermi con molto piacere. Anche
lei era cresciuta in quegli otto mesi, ed era ancora più bella di come la
ricordavo. Purtroppo non riuscii a scambiare che un breve saluto, entrambi
presi come eravamo dal tourbillon infinito di zie e zii mai visti, da
salutare e da cui ricevere gli inevitabili sbaciucchiamenti e gli
immancabili complimenti, del tipo "quanto sei carino" o "come sei cresciuto"
(che ho sempre ritenuto anche un po' iettatori).
Quella sera ogni famiglia si ritirò nella sistemazione di fortuna che aveva
trovato in zona, tra pensioncine, motel, alberghetti. La casa di nonna era
un tipico casolare di campagna, ma non abbastanza ampio da poter ospitare
tutto il parentado accorso, e comunque c'era stato tacito accordo di non
creare troppo caos intorno alla moribonda.
Durante la notte, nonna Menecandonia morì, e la mattina dopo eravamo tutti
lì, nella vecchia casa di famiglia. Gli adulti, riuniti in gruppetti di tre
o quattro persone, erano impegnati a confabulare a voce bassa di atti
notarili, di proprietà, di successioni, e di altri argomenti per me privi
del minimo interesse. Io invece cercavo insistentemente con gli occhi Irene,
che avevo intravisto un paio di volte tra una stanza e l'altra della casa,
ma che non riuscivo mai a raggiungere.
Finché non la vidi sbucare da dietro un angolo. "Vieni!" mi disse, con aria
complice, facendomi con la mano segno di seguirla. Ci inoltrammo per un
lungo corridoio che portava al lato opposto della casa, meno popolato da
ospiti. Erano tutti troppo presi, dagli eventi e dai discorsi, per fare caso
a noi. Ci infilammo in un'ampia camera da letto. Era la camera degli Ospiti,
con la "O" maiuscola, una specie di santuario tenuto sempre in perfetto
ordine e pulitissimo ("non si sa mai..."), ma perennemente inutilizzato,
persino in un'occasione come quella. Sembrava il posto ideale per non essere
disturbati.
Quella stanza mi incuteva una sorta di timore reverenziale. C'era un letto
matrimoniale di dimensioni monumentali, un enorme armadio che odorava di
polvere e naftalina, con l'anta centrale ricoperta da uno specchio
grigiastro e maculato che sembrava aver visto scorrere i secoli dei secoli.
Dai comodini e dal comò di foggia antiquata, i volti color seppia di qualche
oscuro parente, scomparso chissà da quanto tempo, mi osservavano infastiditi
e inquisitori. Poca luce filtrava dalle persiane chiuse e nella stanza
regnava una spettrale penombra.
Irene non sembrava affatto impressionata. Tenendomi per la mano, si addentrò
nella stanza, superando il letto e avvicinandosi alla finestra. "Finalmente"
disse, e senza pensarci due volte mi diede un gran bacio in bocca.
Non feci in tempo a rispondere al bacio che mi sentii gelare. Dal corridoio
arrivava un rumore di passi in rapido avvicinamento. Irene reagì con
prontezza. "Giù!" mi disse, trascinandomi con sé prima a terra e poi sotto
al lettone. Appena in tempo. La porta si aprì e diverse persone entrarono
nella stanza.
Ascoltammo una discussione nella quale si delinearono due partiti. Il primo,
composto soprattutto da donne, difendeva ostinatamente la tradizionale
inviolabilità della "stanza degli Ospiti"; il secondo, prevalentemente
maschile, si appellava a ragioni di più concreta rilevanza pratica e alle
condizioni di scarsa presentabilità di un'altra stanza non meglio precisata.
Alla fine fu quest'ultimo partito a spuntarla. "Va bene, dai" concluse
qualcuno, "portiamola qui."
Io non capivo. "Cosa succede?" sussurrai pianissimo a Irene. "Portano qui la
nonna" mormorò lei, preoccupata. Mi resi così conto con orrore del guaio
terribile in cui ci eravamo cacciati. Pochi secondi dopo sentii un rumore di
legno che sbatteva contro gli stipiti della porta. "E' l'impresa funebre.
Stanno portando la bara" mi spiegò sottovoce Irene. Nella sua posizione era
in grado di sbirciare da uno spiraglio della sovraccoperta che arrivava fino
al pavimento, e aveva una percezione più chiara di cosa stava succedendo. "E
adesso cosa facciamo?" chiesi disperato. "Aspettiamo. Non possiamo fare
altro" rispose lei.
Restammo muti e immobili sotto il letto, mentre la sistemazione della
pesante cassa di legno faceva incurvare la rete e il materasso sopra di noi.
Poi percepimmo delle manovre che non fu difficile interpretare come la
collocazione della salma, traslocata a braccia da una parte all'altra della
casa, nella bara, condita dagli immancabili "Attento!" e "Fai piano!". Nel
frattempo, avevo per un paio di volte distinto in lontananza la voce di mia
madre che si chiedeva "Ma Alfredo? Dove è finito?" e ogni volta il cuore mi
era balzato in gola, anche se puntualmente le rispondevano "L'ho visto con
Irene, stai tranquilla, saranno a giocare qui intorno."
Dopo quelli che mi sembrarono secoli, ma che probabilmente furono appena una
decina di minuti, il trambusto cessò. Gli zii erano tornati nelle altre
stanze a fare i loro discorsi. La nonna fu lasciata a riposare in pace nella
cassa, tenuta ancora aperta per permettere ad eventuali visitatori l'ultimo
saluto. Intorno alla bara c'erano i primi omaggi floreali il cui olezzo si
percepiva fortissimo anche sotto il letto. Sui comodini erano state
collocate delle candele accese e tutto intorno regnava un'atmosfera di
solenne e rispettoso silenzio. Irene ed io ci rilassammo un po'. Lei ora
sembrava addirittura divertita dalla situazione.
"Forse adesso possiamo uscire..." proposi speranzoso. "Non subito" rispose
lei sorridendomi, e di nuovo mi abbracciò e mi baciò. Stavolta, non so
perché, mi ritrovai eccitatissimo anche io, e non solo risposi al bacio, ma
cominciai anche a toccarla con mani frenetiche, cercando di non pensare al
fatto che pochi centimetri sopra di noi c'era il cadavere della nonna. Mi
accorsi deliziato che il seno di Irene era maturato, rispetto all'estate
scorsa, e riempiva piacevolmente la mia mano intrufolata sotto la sua
camicetta. Senza esitare le sbottonai i pantaloni e mi infilai anche lì,
assaporando il contatto con il ciuffetto dei peli e con quelle misteriose
pieghe di pelle umida e profumata dove ancora faticavo ad orientarmi, ma che
sapevo costituire l'agognata ed inaccessibile "figa". Dopo avermi fatto
giocare un po', Irene prese decisamente l'iniziativa, slacciando la mia
cintura ed aprendo la zip. "Ehi, cuginetto! Vedo che ti è cresciuto!" disse
piano. Ero eccitatissimo e ce l'avevo duro da farmi male. Invece delle
carezze casuali e curiose dell'estate precedente, Irene prese subito a fare
con la mano un movimento regolare, su e giù, che aveva effetti sconvolgenti
su di me. Non ebbi difficoltà a riallacciarmi alle vaghe e incerte nozioni
che avevo sull'argomento, basate sul sentito dire. Quella era una "sega",
non c'erano dubbi. Strano, però. Se ne parlava sempre così male. Mi ritrovai
a chiedermi dove Irene avesse imparato a "fare le seghe", e provai una fitta
di gelosia all'idea che avesse avuto esperienze con altri ragazzi.
Improvvisamente il piacere si impennò e le gocce biancastre del primo
orgasmo della mia vita andarono ad imbrattare il pavimento. Irene era
compiaciuta del risultato. "Hai goduto?" mi chiese. "Sì" risposi, "ma adesso
andiamo via, ti prego. Mamma mi sta cercando!". Ero sconvolto e confuso, e
quell'atto proibito appena compiuto aumentava il mio senso di colpa.
Aspettammo un momento in cui sembrava ci fosse sufficiente calma nei
paraggi. Poi strisciammo fuori, uscendo tutti e due dalla stessa parte del
letto, quella lontana dalla porta. Fummo tragicamente sfortunati. Eravamo
entrambi in ginocchio pronti ad alzarci quando udimmo di nuovo un minaccioso
rumore di passi dal corridoio. Non c'era tempo per tornare sotto. "In
piedi!" sibilò pronta Irene. Io, senza riflettere, obbedii.
"Irene! Alfredo!" disse qualcuno ad alta voce. In un batter d'occhio un
numero imprecisato di zie e di zii si materializzò accalcandosi sulla porta.
Quello che tutti videro, alla luce tremolante delle candele, fu l'immagine
innocente e angelica di due ragazzini, con le mani giunte, la testa china e
l'espressione addolorata, al di là del letto su cui giaceva composta la
morta, nella sua cassa circondata da fiori.
"Cosa state facendo voi due?"
"Stiamo pregando" rispose con voce rotta Irene, gettando un occhio umido e
disperato sulla povera salma della nonna.
Con l'aiuto della penombra anche io riuscii a contrabbandare un contegno
serio e cupo. La nonna, vestita di nero, stringeva una corona da rosario
nelle mani bluastre. Con le labbra tirate e rigide, sembrava che anche lei
stesse trattenendo a stento una risata.
Sono passati più di cinque anni ormai, e da allora non ho più rivisto Irene.
Dopo la morte di nonna Menecandonia i contatti tra i vari rami della
famiglia sono stati ancora più rarefatti. Ma non perdo la speranza, anche
perché adesso sono più grandicello ed ho un'idea estremamente più chiara di
quello che mi piacerebbe fare con lei, la prossima volta che capiterà.
Prima o poi, qualcuno dei nonni o degli zii che abbiamo in comune morirà, ed
avrò finalmente la mia occasione. Lo so, è un po' cinico come pensiero, ma
d'altra parte è noto a tutti. Certi parenti li si incontra solo ai funerali.

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