 |
Iside è prima di tutto una cara amica. Poi è
un'autrice nel cui modo di scrivere riconosco diverse somiglianze con il mio. Senza
entrare in dettagli, posso aggiungere che lei condivide questa osservazione. E' stata una
sorpresa scoprire invece come siamo diversi per carattere e temperamento. Laddove io sono
estroverso, gioviale, rumoroso, esibizionista, esaltato, lei è pacata, distaccata,
introversa, timida, nascosta. "Sotterranea" è la parola che usa lei. Questo,
ovviamente non ci impedisce di trovarci simpatici e di stimarci a vicenda.
Il 14 ottobre 1998, in risposta ad un tale che scrisse al newsgroup complimentandosi per
la qualità dei racconti che vi si leggevano, qualcuno rispose dicendo che era
perfettamente d'accordo.
Il 30 ottobre 1998, lo stesso qualcuno, rispondendo ad un altro tale, si lamentava che la
qualità dei racconti su isr era pericolosamente degradata (scatenando una polemica che
non amo ricordare, anche se fu in quell'occasione che Iside mi scrisse per la prima volta
per manifestarmi la sua solidarietà). In quell'intervallo di date videro la luce sul ng i
primi tre racconti di Iside (nonché i miei Doccia e Doccia 2). Un giorno mi toglierò la curiosità di chiedere a
questo qualcuno se abbia letto i raconti di Iside (nonché i miei Doccia
e Doccia 2), ma sinceramente non so se augurarmi che mi risponda
sì o no.
Giudicate voi.

Zoom sulla bocca di Federica
Leggera come una farfalla la tua lingua si insinua frettolosa tra le
mie foglioline spalancate e comincia ad imperversare impertinente e
golosa. Non vedo nulla, solo sento il calore del tuo respiro che
inonda la mia rosa rossa e aperta, piena di dolce rugiada calda.
Il telefono squilla feroce, maledetti vi ho detto che non dovete
passarmi telefonate, sono in riunione con la mia splendida assistente
e voglio restarci in eterno... Continua, ti prego, mia dolce Federica,
non lasciarti distrarre, fammi sentire quella linguetta veloce...
dove? Oh mio Dio... la stai spingendo dentro, quanto sei dispettosa,
vuoi farmi morire... Ma hai chiuso la porta? Spingila, spingila
dentro, accarezzo i tuoi morbidi capelli e osservo le tue mani esili
mentre attiri a te il mio corpo sconvolto da un piacere troppo
grande... Oh, ma sei una strega, chi ti ha insegnato a leccare così??
Apri ancora un po' le gambe e sta zitta, mi rispondi decisa. Lavori
qui da un mese e già manchi di rispetto al tuo capo... Che tempi...Iside
Quando questo mirabile gioiellino fu pubblicato, nel newsgroup
era finito il "gioco" delle quindici righe. Ma... provate a contare! Un caso?
Non so, mi informero'. Sarebbero state, a mio parere, le "quindici righe" più
belle.
Notate come la storia e l'ambientazione siano diluite, mascherate, mimetizzate nei
pensieri dell'io narrante e nella descrizione dell'atto. Notate come la descrizione
stessa, pur senza sorvolare sul minimo dettaglio "ginecologico" resti sempre
leggera e delicata.
E infine il tocco di classe: l'inversione dei ruoli. Chi è che "domina"? Non la
capufficio che si gode la leccata, ma la giovane assistente neo assunta. Quando si dice
"un tocco di classe"...

Io, Federica e il gioco del calcio
Mi hai voluto portare in curva, piccola peste strappagemiti. Io che sono una carrierista
snob da tribuna vip... Ora ti restituisco la cortesia!
In piedi, compresse tra centinaia di ultrà inferociti per qualche goal subito ad opera
dell'ultima squadra che poteva permettersi di segnarli, non credere di essere al sicuro.
Hai fatto molto male a metterti la tuta da ginnastica, sarà pure comoda, ma per me è
solo un invito a prendere contatto con il tuo corpo presuntuoso.
Ma perchè, porca vacca, quello stronzo si fa sempre fottere la palla a centrocampo? E che
ne so io, sai quanto me ne frega, piuttosto non ti allontanare da me... potrebbe essere
pericoloso. Sorridi, ma quale pericolo, mi chiedi, non sai che il pericolo sono io, povera
la mia
dolce ragazzina...
Sei proprio davanti a me, avvicinati un po' di più, appoggiati a me, ecco così, non ti
muovere. Oh ma guarda un po', ho anche le mani gelide...
Se continuano così, questi ci segnano anche il terzo. No, sono sicura che le cose adesso
cambieranno, ti sussurro con un piccolo ghigno invisibile.
Oh... ma ti sento sussultare, che succede, deve essere la mia mano ghiacciata sulla tua
schiena, che fai non parli più? Trattengo il respiro mentre scivolo giù, devo superare
due elastici, quello della tuta è già andato, ecco quello degli slip, sono con la mano
aperta sul tuo sedere, amore, che fai non parli più? Allora lasciami gustare la pelle
morbida delle tue splendide chiappe e lo sguardo esterrefatto del borgataro giallorosso
con sciarpetta incorporata che ci sta accanto...
Qui cambia la partita, Fede darling, te l'avevo detto.
Ti tengo così stretta a me da affondare il naso nei tuoi capelli neri e il dito medio tra
i tuoi glutei sodi. Mi aiuto anche con il bacino, spingo un po' la mia mano...
ritmicamente, partecipo con tutto il mio corpo. Ma, insomma, non parli più? Allora scendo
ancora più giù, sai, mica mi faccio problemi, tesoro. Ormai ho mezzo braccio dentro i
tuoi pantaloni, dai, piegati leggermente in avanti, così... Ma sei bagnata? Sì, oh
sì... come scivolano bene le mie dita... sulle labbra e all'interno, esplorando e
manovrando, se ne finisce qualcuna dentro non te la prendere, ok?
E tu guarda la partita, idiota! Il borgataro si volta di scatto, arrossendo, si scusa
bisbigliando appena. La partita sta cambiando. Lancio in verticale, il ragazzone dai piedi
magici stoppa alzandosi leggermente la palla... che fai ora, Fede cara, ti stai muovendo
sulla mia mano... tiro al volo di esterno destro, goal! Stiamo recuperando, sei contenta?
Hai detto sì?
Anche io sto recuperando e sto spingendo, non sulla fascia ma sul tuo clitoride eretto e
inondato. Ci arrivo con la punta delle dita, ma non intendo lasciarti scampo e spingo,
spingo, aiutami anche tu, muoviti più forte, dai... E fregatene di questi cori del cazzo!
Siamo in zona recupero, la partita è finita, ormai è persa, questi imbecilli si sono
svegliati troppo tardi. Io voglio che tu venga così, ora, in mezzo a settantamila
persone, sulla mia mano... e che me lo faccia sentire.
Brava, sfrega la tua meravigliosa fica contro le mie dita, veloce, veloce, che non resta
più molto tempo. Oh Dio, ora sì che ti sento, sto raccogliendo tutto il tuo succo e
tutta la tua incredibile estasi, fotografata perfettamente dai tuoi occhi serrati e da
quelle labbra carnose semiaperte e arricchita dalla colonna sonora del gemito più lungo e
intenso che io ti abbia mai sentito emettere... a causa mia.
Triplice fischio finale.
Che cavolo hai da sorridere se abbiamo perso il derby???
Iside
Mentre la maggior parte delle "penne" femminili
descrivono molto dettagliatamente le emozioni, lasciando spesso all'immaginazione del
lettore molti dettagli dell'azione fisica, Iside fa esattamente il contrario. Le manovre
della mano della protagonista sono descritte con grande nitidezza e sensualita', mentre i
sentimenti della protagonista (soprattutto la sua voglia di dare piacere alla diletta
Federica), vengono solo evocati con grande abilità.
Per il resto, la maestria nei tempi degli stacchi, tra la partita che si gioca in campo e
quella più avvincente e segreta che si gioca nelle mutandine di Federica, credo che si
commenti da sola.

New gold dream
Sabato pomeriggio. Scribacchiavo al computer, ascoltavo musica e mi godevo il silenzio
della casa vuota. Fu lei a venire da me.
Il suono stridulo e penetrante del citofono mi fece quasi saltare in aria. Pensai che
dovevo fare assolutamente qualcosa per evitare di tirare giù tutti i santi dal calendario
ogni volta che qualcuno si azzardava a suonare. I citofoni degli altri ti avvertono che
c'è qualcuno sotto che presumibilmente vuole entrare. Il mio te lo grida nelle orecchie
con una grazia da mercato del pesce.
"Sono Federica" gracchiò l'aborto di citofono.
Non conosce l'uso del telefono, pensai.
Con questa, le volte che Federica si era presentata a casa mia senza preavviso ammontavano
a tre. La prima volta aveva sentito il bisogno di riconsegnarmi subito gli appunti che le
avevo prestato per l'esame di abilitazione.
"Così... ho pensato che... io li ho fotocopiati... magari ti servono, ci devi
studiare..." disse, restando sulla porta.
"Federica, io quell'esame l'ho fatto quattro anni fa. L'utilità di questi appunti
per me è prossima allo zero assoluto...".
Sorrise, socchiuse un po' gli occhi verdi ammiccando alla figura che, secondo lei, aveva
appena fatto, spostò il peso del corpo da una gamba all'altra e si riprese gli appunti
sfilandomeli dalle mani.
"Okay, allora me li tengo io. Gli originali sono sempre meglio delle
fotocopie..."
Mi salutò ignorando del tutto il mio invito ad entrare in casa e se ne andò
precipitandosi per le scale. Sette piani di scale.
La seconda volta mi riportò un ombrello che avevo dimenticato il giorno prima nella sua
macchina. Io non me ne ero nemmeno accorta. Anche questa volta restò sulla porta, mi
lasciò l'ombrello e si buttò di nuovo giù in picchiata per i soliti sette piani di
scale.
Non conosce l'uso dell'ascensore, pensai.
A parte la scarsa dimestichezza che sembrava avere con gli strumenti che gli esseri umani
si sono via via inventati per semplificarsi la vita, Federica era bellissima. Di una
bellezza offensiva e prepotente che proprio non riuscivo a digerire. La classica donna che
puoi fare girare per le strade con uno straccio addosso, senza un filo di trucco e con i
capelli attorcigliati.
Si volterebbero tutti comunque.
Non ero invidiosa del suo corpo slanciato e perfettamente proporzionato. Non ero invidiosa
dei suoi capelli neri e lisci, perennemente ordinati, che facevano sembrare i miei solo
un'informe massa bionda. E non ero invidiosa dei suoi lineamenti sottili e delicati da
principessa russa. Ero attratta da lei. Sessualmente.
Non portò con sè alcuna scusa e accettò il mio invito ad entrare.
Parlammo per ore e poi finimmo sul tappeto ad ascoltare dischi come due ragazzine.
Federica afferrava un compact dopo l'altro con aria stupefatta... Guarda caso, aveva i
miei stessi gusti musicali.
Più di tutti, mi rivelò, aveva una passione per i primi Simple Minds, quelli di New Gold
Dream, tanto per intenderci.
Non potevo darle torto...
"Someone, somewhere in summertime" è ancora una delle mie canzoni preferite,
forse perché mi ricorda il liceo, le gite scolastiche con il walkman appiccicato alle
orecchie, la discoteca il sabato pomeriggio e la pizza di classe la sera, Francesco che mi
riportava a casa con il motorino di nascosto perché i miei non volevano...
Ad un certo punto, non so come, si fece più vicina. Il suo fu un movimento che non
riuscii a percepire. Poggiandomi una mano sulla spalla mi costrinse a stendermi, mi
ritrovai con la testa a pochi centimetri dalle casse dello stereo, le braccia
automaticamente intorno al seno, come se avessi paura di lei, come se volessi difendermi.
L'aria vagamente interrogativa.
In realtà sapevo benissimo cosa aveva intenzione di fare ed avevo realmente paura di lei.
Ne avevo un terrore puro e mi sentivo incredibilmente debole, incapace di staccare lo
sguardo dal suo corpo, incapace di pensare a lei come ad un'amica con cui passare un
pomeriggio di innocue chiacchiere, incapace di non desiderarla.
"Puoi fermarmi quando vuoi ..." disse, sdraiandosi su di un fianco accanto a me
e poggiandomi una mano sullo stomaco appena sotto il seno. Quel semplice contatto mi fece
trasalire e aumentò in maniera drammatica la sensazione di disagio che provavo
ininterrottamente sin dal momento in cui era entrata in casa. Per un attimo desiderai che
non fosse lì accanto a me, rimpiansi la tranquillità del mio pomeriggio casalingo,
quello che lei aveva sconvolto con la sua invadenza disinvolta e noncurante.
Quello era il momento per chiuderle la porta, per restituirle il più consono ruolo di
amica.
Invece non feci niente per fermarla, nemmeno quando cominciò a baciarmi.
Con una lentezza voluttuosa muoveva la lingua contro la mia, premendo appena le labbra
sulla mia bocca aperta in un atteggiamento diabbandono totale. In quel momento mi stavo
consegnando a lei senza riserve.
Sollevò la testa, staccò le labbra dalle mie e iniziò a sbottonarmi la camicia. Non
avevo niente sotto, non porto mai il reggiseno in casa, e Federica se n'era accorta
subito. L'avevo sorpresa più di una volta a cercare di individuare la forma del mio seno
sotto la stoffa della camicia, mentre parlavamo sedute intorno al tavolo della cucina con
le tazzine del caffè in mano e io cominciavo a fantasticare su di lei, piegando la
realtà ai miei desideri inconfessabili.
Mi ero già arresa da tempo, spostai i lembi della mia camicia ormai completamente
sbottonata e le offrii la vista integrale del mio seno pronto ad essere accarezzato e
baciato, la predisposizione totale del mio corpo tradita dall'erezione vistosa dei
capezzoli...
Volevo vederli sparire nella sua bocca.
Le mani di Federica intrapresero un'esplorazione accurata. Mi accarezzava con un tocco
appena percettibile, alternando il dorso al palmo della mano, passando le sue dita sottili
tutt'intorno, indugiando sui capezzoli turgidi e protesi.
Io ero tesa, tutto il mio corpo era teso, tormentato da un'emozione sconosciuta che mi
cresceva dentro fino a farmi quasi male.
Non era più una fantasia, una di quelle in cui ci si muove con tanta disinvoltura perché
tanto... resta solo una fantasia... niente contatto, niente odori, niente sapori, niente
confronto diretto con
l'altro. I personaggi delle fantasie erotiche sono pupazzi telecomandati che si muovono a
nostro piacimento, parlano con le nostre parole, agiscono con i nostri gesti. Soprattutto,
escono di scena quando ci pare senza protestare.
Federica, invece, era vera... e non potevo farla sparire di colpo aprendo gli occhi e
tornando alla realtà.
Presto il mio desiderio di sentire e vedere la sua bocca sul mio seno fu accontentato. Si
dedicò ai miei capezzoli con devozione e dolcezza, prendendoli tra le labbra,
succhiandoli un po', attirandoli a sè e poi lasciandoli andare di colpo, facendo
schioccare appena la lingua con
una sensualità che mi scioccava.
Capii perché certe donne sono delle mine vaganti, assolutamente letali per chi ha la
sventura anche solo di sfiorarle...
La pregai di non fermarsi, di succhiare più forte e lei sorrise, un sorriso che era
insieme di riconoscenza e di soddisfazione e che mi fece mancare il respiro.
Chi stavo accontentando... non importava affatto.
Improvvisamente si separò dal mio seno e spostò lo sguardo verso il basso, posandolo per
un attimo sui miei jeans. Poi tornò a guardarmi negli occhi. Capii cosa voleva... me li
sfilai.
Subito lei mi liberò anche delle mutandine.
"Hai mai sentito il tuo stesso sapore?" mi domandò, "il sapore del tuo
sesso..."
Il sapore del mio sesso...
Sì, le risposi, sì che l'avevo sentito. Veicolato dalla bocca degli uomini che mi
avevano leccata a lungo tra le gambe, l'avevo sentito eccome e mi era piaciuto moltissimo,
avevo appositamente cercato la loro lingua per assaporarlo...
Ma Federica non voleva restiuirmi il mio stesso sapore con la lingua. Non ne aveva alcuna
intenzione in quel momento. Più che altro, non aveva alcuna fretta.
Fece scivolare una mano verso il basso. Le sue dita si fecero strada tra i peli biondi del
mio pube con la solita lentezza, studiata per ritardare il più possibile il momento in
cui aveva programmato di darmi il colpo di grazia.
Non appena raggiunsero le labbra completamente bagnate, il mio misero autocontrollo si
annullò del tutto, si sciolse in un sospiro di piacere più eloquente di qualsiasi
parola. Mi venne spontaneo allargare ancora le gambe per facilitarle l'azione.
Cominciò allora a far scivolare quelle dita, partendo dal clitoride, che emergeva
straordinariamente visibile tra le labbra come mai mi era capitato prima, scendendo
giù... fino all'ano. Quando ottenne il risultato di cospargerle interamente della mia
copiosa lubrificazione, se le portò alla bocca.
Federica come una bambina che di nascosto immerge le dita nel barattolo della marmellata e
poi se le pulisce succhiando via tutto ciò che è rimasto appiccicato.
Mi stava assaggiando.
Soffrivo a guardarla soltanto, senza poter partecipare. Cercai di attirare di nuovo la sua
attenzione su di me. Senza parlare, con le gambe spalancate, muovendomi in un modo che in
un'altra occasione avrei giudicato osceno, la invitavo a toccarmi...
Infilò ancora la mano tra le mie gambe. Poi, come se si fosse ricordata all'improvviso di
me, avvicinò le dita di nuovo bagnate alla mia bocca. Gliele afferrai e cominciai a
leccarle, tutte, una per una.
Non volevo lasciarle più nemmeno una goccia di quel nettare dal sapore dolciastro che
aveva spremuto impetosamente dal mio corpo.
"Aspetta" le sentii dire "ora voglio sentire come sei dentro..."
La lasciai libera di agire, tornai al mio ruolo meramente passivo di attesa spasmodica e
trattenni il respiro.
Una frazione di secondo dopo sentii il suo dito che entrava facilmente e rapidamente
dentro di me. Lo spinse tutto all'interno e poi lo tirò di nuovo fuori.
Ormai gemevo e ansimavo senza ritegno, voltando la testa da una parte e dall'altra, tutto
il corpo attanagliato da una incredibile sete di piacere che mi giungeva del tutto nuova,
almeno con quella intensità ottenebrante.
Continuò a spingermi dentro quel dito senza pietà, sapeva che stavo già per venire, me
lo leggeva negli occhi.
Allora cominciò a chiedermi se avevo mai goduto con gli uomini, se mi era piaciuto
sentirmi riempita dal sesso di un uomo, se in quel momento volevo dentro qualcosa di più
grosso, di più ingombrante del suo dito, se mi mancava la sensazione di essere penetrata
e scandagliata a fondo da un'erezione carica di sperma pronto a sfogarsi...
Non riuscivo nemmeno a parlare, mi lamentavo e basta. Ma una risposta potevo darla almeno
a me stessa.
Avevo adorato quella sensazione di violazione profonda che aveva esaltato, con il mio
piacere genitale, anche il mio piacere di essere donna, avevo voluto i miei uomini
ovunque, tra le gambe, in bocca, in tutti gli orifizi possibili, ma niente, niente, dico
niente di ciò che avevo provato fino a quel momento era paragonabile al godimento intenso
e all'emozione che mi stava regalando il dito esile e nervoso di Federica che entrava e
usciva, entrava e usciva, mentre lei mi guardava con quegli occhi maledettamente verdi e
l'espressione assorta di chi deve portare a termine con la massima attenzione un compito
estremamente delicato.
"Federica, fammi venire, ti prego..."
Fammi venire, fammi venire, la pregavo anche con il pensiero, fammi venire.
"Vuoi venire?"
Sì, dannazione, sì. Tutto quello che volevo dipendeva da lei.
Con un colpo secco e violento mi infilò dentro due dita. Le spinse in profondità con
forza. Tutto il mio corpo reagì immediatamente sussultando, al punto che mi ritrovai con
la schiena sollevata da terra nella folle contrazione di un orgasmo potente e
straordinariamente prolungato.
La voce di Federica mi arrivava ovattata e distante...
"Lasciati andare, lasciati andare... sei bellissima..."
.....
Continuammo... finchè il pomeriggio non si attenuò e svanì nell'oscurità fracassona di
un tipico sabato sera romano.
Le chiesi di restare con me anche per la notte, ma non volle.
"Devo tornare a casa... chi la sente mia madre...".
L'accompagnai alla porta, mi salutò con un piccolo bacio sulla guancia.
Per un attimo ebbi l'impressione che si dirigesse verso l'ascensore, invece imboccò le
scale, come al solito, senza voltarsi.
Restai lì, immobile ed intorpidita, ad ascoltare il rumore dei suoi passi che si spegneva
sprofondando nella tromba delle scale.
Sette piani... sesto... quinto... quarto... se ne stava andando ed io cominciavo a
svegliarmi... terzo... secondo... buona domenica, Federica... primo... chiusi la porta di
casa e spalancai gli occhi...
... Terra.
Iside
Questo fu il mio commento allora (28/10/98) sul newsgroup:
Mi piace il tuo stile, Iside. L'atteggiamento di disincanto,
quasi ironico, con cui la protagonista descrive il suo arrendersi alla terribile Federica
e' sublime, ed esalta (al contrario di quanto si potrebbe pensare) la sensualita' dei
momenti piu' caldi. Lo sostengo da sempre. Non c'e' bisogno di ambientazione
inconvenzionale o di gesta erotiche estreme, quando lo stato d'animo con cui si vive
l'atto e' descritto con la dovuta partecipazione.
I momenti erotici sono descritti con vividezza e precisione, senza truculenza. Le
atmosfere sono rese con immediatezza, senza pesanti perifrasi o tentazioni letterarie. I
tempi sono perfetti. L'alternanza tra la descrizione di quello che succede e le
riflessioni e i ricordi della protagonista e' assolutamente naturale e senza forzature.
I periodi sono sempre brevi. Secchi e allo stesso tempo evocativi. "Ero attratta da
lei [Punto] Sessualmente [Punto]".
Che dire di piu'? Che sento il tuo stile molto vicino al mio. Io lo considero un
complimento... non so se sei d'accordo. C'e' la stessa propensione a concentrarsi non
sull'atto ma su come lo vivono i protagonisti. Senza tuttavia spaventarsi, o nascondere la
testa sotto la sabbia, quando e' richiesta la descrizione di quello che sta avvenendo.
Senza bisogno di una storia particolarmente elaborata, senza la necessita' di ricorrere ad
atti sessuali al limite dell'acrobatico, ci hai reso magistralmente un delizioso momento
erotico. Gustoso e avvincente. E detto da uno che non si e' mai scaldato davanti all'amore
saffico (penso che sia un inutile spreco...) ha il suo significato.
Brava Iside. Mi onora scrivere nello stesso newsgroup.

La leggenda del gatto sul tetto di Chamberlande
(Lettera a Florence de Chamberlande)
Mia cara dolce cugina, amica fedele, salvatrice della mia anima e del mio corpo, che fine
avete fatto?
Vi aspettavo per questa settimana e voi non vi siete fatta viva, aspettavo una vostra
lettera e non l'ho ricevuta. Sapete che gioia sono per me le vostre lettere, lo sapete e
me le centellinate, crudele compagna di avventure! Sono adirata con voi!
Ora mi sono indotta a scrivervi nuovamente, nonostante la vostra scarsa memoria di me e
della mia casa, perché ho bisogno di voi. Qui a Chamberlande sono accadute delle cose
incredibili! Incredibili, amica mia, e ho bisogno di parlarvene perché voi mi sappiate
illuminare sul loro significato e perché sappiate guidare e consigliare questa vostra
spaesata discepola. Non so più cosa fare, ho il cuore, la mente e il corpo in subbuglio.
Ho paura di avere fatto del male ad una persona, ma non ne sono sicura. E' per questo che
vi scrivo. Aiutatemi, mia dolce amica, e siate comprensiva con me per quello che sto per
raccontarvi e per la lunghezza di questa lettera.
Come sapete, la scorsa settimana abbiamo festeggiato il mio sedicesimo compleanno e maman
ha organizzato un grande ricevimento. Ha invitato proprio tutti, persino quel noiosissimo
conte De Saligny, il mio promesso sposo. Ve lo ricordate? Mia cara amica, si è fatto
ancora più brutto e grasso, ora sembra una carrozza prussiana, e beve, beve in
continuazione e l'alito gli olezza e poi ride come un cavallo malato e non mi lascia sola
nemmeno un attimo. Avete parlato con maman, per caso? Le avete detto che non ho intenzione
di sposarlo? Se vi degnerete di scrivermi in futuro, non dimenticatevi di informarmi su
questo punto.
A proposito, vi veniva così difficile farvi portare qui da quell'odioso di vostro marito?
Londra non è poi così lontana, sapete? Ho controllato sulla carta geografica, voi vi
prendete gioco di me, della vostra cuginetta preferita, ma che male vi ho fatto?
Ma non è questo il momento di rimproverarvi, ho bisogno del vostro consiglio. Dimenticate
le parole impertinenti che ho scritto e aprite il vostro cuore per quelle che scriverò.
Dicevo, c'erano tutti, anche il barone Von Ahnermast. Dovreste ricordarvelo visto che
siete stata ospite da lui in Baviera per tutto quel tempo. Il nostro barone è arrivato a
Chamberlande con tutta la famiglia, maman era eccitata come una bambina. C'erano i suoi
tre figli Anna, Martha e Peter. Si sono fatti grandi sapete? Molto più grandi di me che
sono ancora una piccola scolara insignificante bisognosa delle cure di maman e dei
consigli della smemorata cugina inglese. Dico inglese, perché voi ormai avete tradito la
nostra bella terra fertile e rigogliosa.
E' di Peter Von Ahnermast che vi devo parlare, sono seriamente preoccupata per lui, non ha
ancora ventitre anni e credo che soffra di una grave malattia. E io, amica mia,
ascoltatemi, l'ho scoperto! Domani ne parlerò a maman e poi cercherò di fare in modo che
lei parli con il Barone in persona. Bisogna aiutarlo! Prima però vorrei sapere cosa ne
pensate voi, che siete la fonte di ogni mia conoscenza nelle faccende della vita terrena.
Non voglio tediarvi con il resoconto dettagliato del ricevimento, arriverò subito al
punto.
I Von Ahnermast si sono trattenuti a Chamberlande per una settimana intera e, credetemi,
è stata una settimana molto piacevole. Anna e Martha sono molto gradevoli, anche se
parlano francese con quell'accento terribile e non sono alla nostra altezza nel vestirsi e
nel truccarsi. Le trovo un po' grossolane, a volte anche sconvenienti e volgari. Pensate
che una volta ho visto Martha uscire dalle stanze della servitù con i calzoni del
giardiniere! Devono avere delle idee strane in fatto di moda.
Però, amica mia, che serate meravigliose che abbiamo passato, io, Anna, Martha e Peter!
Egli ci raccontava ogni sera una favola diversa e noi, povere donnette, lì a pendere
dalle sue labbra, a sentire storie di cavalieri, di castelli, di fantasmi. A volte
riusciva anche a spaventarci a morte, sapete? Sì, so che voi mi giudicherete infantile e
sciocca. Che colpa ne ho io se non ho i vostri ventiquattro anni di saggezza? Se mi state
giudicando male, leggete le prossime parole ad alta voce e con il tono stizzito, come se
vi stessi dicendo "siete un'anziana signora 'inglese', capace solo di aspettare le
cinque del pomeriggio per bere un te' dopo avere fatto la calzetta tutto il giorno".
Arrivo al punto, amica mia, siate paziente. Una di queste magnifiche sere, Peter ci ha
raccontato una storia che riguarda proprio Chamberlande. Scommetto che nemmeno voi la
sapete.
Sapevate che sul tetto di Chamberlande c'è un gatto che da trecento anni sta lì,
immobile a scrutare l'orizzonte, verso la valle di Poisons? E sapevate che fu proprio quel
gatto a dare l'allarme quando la contea fu invasa dai mercenari spagnoli?
Ebbene, mia dolce cugina, io non lo sapevo, maman non me l'aveva mai detto e nemmeno il
mio povero padre finché ha avuto la possibilità di respirare.
Lascia che io ti descriva la commozione che mi ha presa tutta, sentendo Peter che
raccontava di come quel nobile animale avesse vegliato su di noi per tanti anni, giorno e
notte, senza dormire e senza mangiare. Un animale mandato da Dio, cugina cara! Alla fine
della storia, la vostra piccola cuginetta aveva le lacrime agli occhi, anzi singhiozzava
vistosamente, senza potersi trattenere. A quest'ora tutta la Baviera sta ridendo della
povera Claudine de Chamberlande che non sapeva del gatto che aveva salvato la vita ai suoi
antenati.
Peter, comunque, è stato così buono e comprensivo con questa piccola sciocca che vi
scrive, da offrirsi di accompagnarla sul tetto per indicarle il rifugio della divina
bestiola.
Anna e Martha, invece, hanno scelto di ritirarsi nelle loro stanze,
stupide contadine senza anima poetica!
Gli ho fatto strada fino alla torretta di destra, quella dalla quale si vede tutto il
tetto.
Da lì voi tiravate le ghiande a maman quando faceva la sua solita passeggiata in
giardino, vero? Che sciocchina, devo cercare di non divagare, così vi annoio.
Allora torniamo a Peter, a me e alla torretta di destra. Per quanto mi sforzassi, proprio
non riuscivo a vedere nulla di nulla. Su consiglio del giovane Von Ahnermast, mi sono
sporta più che potevo ma del nobile felino nemmeno l'ombra. Allora ho cominciato di nuovo
a singhiozzare come una bimbetta e di nuovo Peter è stato così carino con me da aiutarmi
a porre fine alle mie imbarazzanti sceneggiate.
Quel giovane gentile mi ha rivelato, in gran segreto, l'incantesimo giusto per fare uscire
il nostro gatto allo scoperto! Ora io, cugina cara, ve lo rivelerò, ma voi dovete
giurarmi sulla testa delle statue greco-romane che adornano il parco della vostra casa
paterna che non lo direte mai a nessuno. Deve restare un segreto tra me, voi e Peter!
Egli mi ha ammonita severamente, ha detto che non lo dovevo dire ad anima viva, ma,
ahimè, ora sono costretta a parlarne con voi perché ho approfittato della sua nobiltà
d'animo e sono preoccupata per lui. E' a fin di bene che lo faccio, il Signore non mi
punirà per avere infranto il mio giuramento.
Il gatto di Chamberlande non risiede sempre nello stesso punto del tetto e non è sempre
visibile all'occhio umano. Ciò per via della sua natura semidivina. Per chiamarlo è
necessario che gli esseri umani compiano dei gesti particolari, poiché solo evocato da
quei gesti il felino, a volte, decide di manifestarsi. Il procedimento è questo.
Bisogna che una fanciulla sedicenne presti le proprie attenzioni alle vergogne di un
giovane nobile ventiduenne e segua attentamente tutte le sue istruzioni. Questo mi ha
rivelato Peter. Pensate che fortuna! Io ho appena compiuto i sedici anni ed egli ne ha per
l'appunto ventidue! Pare che si tratti di un antico rito risalente agli albori di
Chamberlande, quando queste terre, oggi così pacifiche ed opulente, erano invece povere e
devastate dal furore bellico degli uomini di quel tempo.
Non vi nascondo che ho subito provato un certo sgomento all'idea peccaminosa di
contemplare le vergogne del giovane Von Ahnermast, ma (siate oltremodo paziente con me!)
il mio desiderio di rendere finalmente omaggio al nobile animale che ci ha protetti in
tutti questi anni mi ha spinta a superare ogni titubanza. Era per una nobile causa,
capite? Non nutrivo alcun interesse verso le vergogne di Peter, ve lo giuro, cugina mia
adorata!
E poi il mio giovane amico mi ha assicurato che in questo caso non c'è nulla di
sconveniente e di pericoloso, perché una fanciulla non perde la propria purezza, anzi la
rafforza e la nobilita.
Ora giungiamo alla parte più dolorosa e vergognosa del mio racconto.
Tenetevi forte, amica mia più bella di una dea egizia!
Quando il buon Peter ha infine scoperto le sue parti intime, (cugina!, luce dei miei
occhi!, amica insostituibile!), ho assistito ad uno spettacolo che mi ha fatto saltare il
cuore nel petto!
Questa vostra cuginetta è rimasta con la bocca spalancata per lo spavento e
l'impressione, non è stata capace di proferire parola alcuna per lunghissimi minuti.
Ora, amica mia, non sono così sprovveduta da non sapere che voi dividete il letto con il
vostro odioso marito inglese e gli vedete le vergogne maschili almeno una volta alla
settimana. E sicuramente, dopo che vi avrò descritto l'intimità di Peter, converrete che
il giovane Von Ahnermast, poverino, è malato.
Vi ricordate quella volta che abbiamo spiato il figlio più grande dei D'Antamont che si
bagnava senza indumenti nel laghetto di Poisons? Ebbene le sue vergogne non vi sono
sembrate perfettamente normali? Pendule, esili e contenute? Se non fossero così ridotte,
come potrebbero entrare nella fessurina delle signore? Non vi ricordate che nei nostri
pomeriggi qui a
Chamberlande, quando mi insegnavate le cose della vita, come dicevate voi, nella mia
fessurina entrava a stento il vostro dito mignolo?
Il pendente di Peter, invece, non rientra nella norma. Prendete il palmo di una vostra
mano, aggiungete il palmo dell'altra e avrete l'esatta dimensione di quella curiosa
appendice.
Ed era ben strana, invece di pendere, tendeva verso l'alto come sostenuta da un filo
invisibile e... restava ferma! Non dondolava, mi capite? Ho visto un ramo di un albero
spuntare dal ventre di un uomo!
Ed infine la più strana delle stranezze. Proprio in cima, su, sulla punta, aveva una
sorta di rigonfiamento lucido e liscio, simile all'elmo dei soldati medievali.
Riuscite a comprendermi? Non vi sembra strano? Capite la mia sorpresa?
Credo che il giovane Von Ahnermast abbia bisogno di un buon dottore e subito. Forse il
vostro amabile marito inglese può aiutarci nella ricerca di un vero specialista. Ma, per
l'amor di Dio, ricordate la promessa di non rivelare a nessuno questa triste vicenda!
In questi dolorosi frangenti ho capito anche quanto fosse nobile l'animo del mio giovane
amico. Ha sacrificato la sua anormalità per esaudire il mio desiderio di vedere il gatto
di Chamberlande... ed io, cugina adorata, ve lo devo confessare, non ho avuto la minima
pietà di lui, tale era la mia brama di assistere all'apparizione del felino.
Ho fatto tutto quello che Peter mi consigliava di fare per realizzare l'incantesimo, ho
seguito scrupolosamente tutte le sue istruzioni.
Per prima cosa, ho stretto quello strano organo nella mia mano, come lui mi diceva. Era
spaventosamente duro e rigido, mi ha ricordato quelle colonnine intarsiate che adornano il
meraviglioso specchio che avete nella stanza da letto di vostra madre a Les Croiseaux.
Chissà quanto doveva fargli male, poverino... Era come se sotto la pelle avesse,
imprigionato, un grosso cilindro di pietra dura...
Forse ha avuto un incidente in giovane età, forse, cadendo da cavallo in una di quelle
famose battute di caccia che si fanno in Baviera, un frammento di pietra si è conficcato
nelle sue vergogne maschili.
Un buon medico sarebbe in grado, secondo voi, di liberarlo da questa orribile tortura e
restituirgli una normale, pendula ed esile appendice?
Ho continuato a tenerlo stretto, comunque, e l'ho anche agitato un po', perché il gatto
potesse udire chiaramente che lo stavamo chiamando. Secondo Peter, più si strapazzava
quell'insolito ramo di carne umana, più si inviavano nell'aria gli impulsi necessari a
risvegliare la bestiola dal suo letargo.
Quel santo giovane mi ha permesso anche di muovere la mia mano salendo e scendendo e io,
amica mia, ho cominciato a farlo sempre più forte pensando al mio gatto misterioso,
mentre lui si lamentava e io quasi non gli prestavo ascolto.
Gli provocavo sicuramente un forte dolore, un dolore insopportabile, eppure Peter non ha
voluto che smettessi! Che cuore generoso!
Io, invece, misera!, dovevo essere invasa e posseduta da una sorta di demone! Non potevo
trattenermi dallo scuotere sempre di più quella stranezza della natura, anche se il buon
Peter soffriva rumorosamente.
Sono stata crudele ed egoista, condannatemi pure, non posso che riconoscere l'orrore del
mio comportamento ed accettare la pena che voi vorrete infliggermi al vostro ritorno.
Ma la mia condanna irrevocabile sarà da voi pronunciata con sicurezza nel momento stesso
in cui vi illustrerò a quale livello di abiezione è giunto il mio egoismo.
Mi spiego e cerco di giungere alla fine del mio racconto perché mi avvedo, ora, della sua
estrema lunghezza.
Il nostro Von Ahnermast mi ha suggerito, ad un certo punto, di compiere la stessa
operazione con la bocca, abbreviando così di molto l'attesa dell'apparizione. L'idea mi
è piaciuta molto perché, accorciando i tempi, io avrei visto presto il mio gatto e Peter
avrebbe terminato di soffrire.
Così, cugina cara, ho inserito il povero organo deforme tra le labbra e l'ho spinto giù
per gran parte nella mia bocca. Ho sentito quella specie di rigonfiamento di cui ti
parlavo arrivarmi quasi in fondo alla gola e ho avuto la tentazione di rinunciare, perché
tutto... era troppo grosso!!
Non mi piaceva, ad essere sincera, ma sentivo che il gatto stava per apparire e quindi ho
continuato in quell'opera invereconda con maggiore foga, ignorando i lamenti del povero
Peter che nel frattempo si erano fatti più acuti e frequenti. E non mi sono fermata
nemmeno quando il mio giovane benefattore ha preso a tremare a causa mia e a causa della
sofferenza che gli stavo arrecando.
Come me ne pento, ora! Che crudeltà!
Invero, vi dirò, tremava in una maniera ben peculiare, in una maniera oserei dire ritmica
e cadenzata. Non avevo mai visto in vita mia una persona tremare così, con dei movimenti
così ampi...
Vi dicevo, doveva esserci il demonio dentro di me, perché ad un tratto ho sentito che
egli pronunciava più volte il mio nome, quasi ad invocare una liberazione subitanea da
quella tremenda tortura, ed io, con la mente offuscata dal desiderio della visione del
gatto di Chamberlande, lungi dal lasciarlo libero, ho proseguito nella mia immonda
pratica.
Sono tornata un po' più su con le labbra, ho intrapreso una lenta suzione di quella
stessa estremità curiosa e, non contenta, l'ho accompagnata con una nuova serie di
scuotimenti manuali.
Si può immaginare azione più laida della mia? Credo di no, dolce amica del cuore. Sarò
felice di udire i vostri rimproveri, me lo merito. E se vorrete sculacciarmi, come avete
già fatto in passato, sarò felice di accontentarvi.
Avreste dovuto sentire e vedere come si agitava e gridava il povero Von Ahnermast.
Ma io ho la certezza di averlo quasi ucciso, credo proprio di averlo ridotto in fin di
vita.
Sapete cosa gli è capitato per colpa della mia possessione diabolica? All'improvviso mi
è parso che la sua appendice abnorme si muovesse da sola nella mia bocca e subito dopo mi
sono sentita invasa da un liquido caldo. Allora mi sono ritratta di colpo nella certezza
che il poveretto stesse sanguinando.
Ed infatti la mostruosità perdeva sangue... ma non era lo stesso sangue che scorre nelle
nostre vene! Quel giovane ha il sangue di un altro colore! E che strano sapore che ha! E'
stata colpa mia, cugina diletta, perché questo strano sangue è uscito tutto di colpo
dopo che io ho crudelmente tormentato le sue vergogne con le mani e con la bocca senza mai
fermarmi un attimo.
Un dottore, Florence, un dottore al più presto!
Amica mia, dovrete consolarmi nella vostra prossima lettera, perché ne ho bisogno. Sono
fuggita dalla torretta convinta che Peter fosse morto per come si è accasciato dopo che
aveva cominciato a... sanguinare. Non ho potuto vedere l'apparizione del gatto di
Chamberlande, ma egli mi ha, poi, confidato che il felino è comparso e ha voltato il muso
baffuto proprio dalla sua parte.
Sono felice che il nostro gatto protettore ci sia davvero, ma mi sento triste e
preoccupata per la sorte di quel giovane che ho fatto soffrire in quel modo solo per un
capriccio.
Cugina, solo voi che siete donna avveduta e che sa stare al mondo potete aiutarmi.
Vorrei parlarne con maman. Deve subito mettersi in contatto con il barone Von Ahnermast!
Vorrei che si trovasse un rimedio per alleviare i patimenti del suo giovane figlio e,
soprattutto, vorrei liberare la mia coscienza dal terribile senso di colpa che mi opprime.
Fate voi. Qualsiasi cosa vogliate dirmi, bella o brutta, non fatevi scrupoli. Basta che mi
rispondiate subito.
Vi attendo con ansia,
per sempre vostra
Claudine
P.S. Mi manca la vostra vicinanza, Chamberlande non è più la stessa senza di voi. Se
tornerete, spero che vorrete giocare ancora con me, come facevate prima. Non l'ho
dimenticato quel cavalluccio al contrario che mi facevate fare su di voi quando volevate
esaminare la salute della mia fessurina ed io controllavo contemporaneamente la vostra. Ma
non solo quello. Mi manca la vostra risata, la vostra brillante conversazione, il
frusciare discreto e leggero del vostro vestito che attraversa l'uscio della mia dimora.
Vi amo più di ogni altra cosa al mondo, mia diletta Florence, tornate.
Iside
Non credo che si possa aggiungere molto per commentare l'eleganza, la ricercatezza, la
sottile ironia, l'eleganza del linguaggio, la fantasia di questo racconto che Iside a suo
tempo definì "una stupidaggine" (e io che necessito di lezioni di modestia ora
so a chi rivolgermi).
Da allora Iside non ha più prodotto niente per il newsgroup,
avendo attraversato un periodo di sovrumano impegno di lavoro (è un brillante avvocato),
nonché una serie di problemi tecnici di collegamento alla rete. Ma appena potrà..
Vi aspettiamo più di ogni altra cosa al mondo, nostra diletta
Iside, tornate.

|
|